mercoledì, 21 Agosto, 2021

First Cow: la recensione dell’ultimo film di Kelly Reichardt su MUBI

È arrivato su MUBI l’ultimo film di Kelly Reichardt, autrice di storie silenziose e regista dalla compostezza formale straordinaria. Presentato in anteprima mondiale al Telluride Film Festival nel 2019 e in concorso alla Berlinale nel 2020, First Cow ha vinto il premio come Miglior Film al New York Film Critics Awards 2020. Distribuito negli USA a marzo da A24, arriva finalmente in Italia in esclusiva su MUBI, la piattaforma del cinema d’autore.

First Cow, su MUBI dal 9 luglio 2021, prosegue la riflessione di Kelly Reichardt (Wendy e Lucy – Meek’s Cutoff) sul deteriorato sogno americano. Con un’attenzione particolare per i luoghi in cui la Storia non è ancora stata scritta

“First Cow” è un’anomalia del genere western: la brutalità resta sullo sfondo, gli orizzonti panoramici si restringono, la telecamera striscia nella boscaglia. Lì nel selvaggio Oregon un cuoco americano e un immigrato cinese cercano la grande occasione e credono di averla trovata nel latte di una mucca.

Un racconto rivelato da due scheletri riemersi dal terreno nel nostro presente, liberati dalla polverosa fanghiglia dell’oblio da una ragazza a passeggio con il suo cane. Le mute ossa, abbandonate nel perfetto ordine di cui solo la morte è capace, sono appartenute a Cookie e King-Lu. I loro resti riabbracciano la luce per raccontare una storia, la loro storia, che in fondo è la nostra, e per ribadire che l’ingannevole illusione del progresso resiste perché indifferenti calpestiamo terre che hanno coperto la memoria.

L’Oregon: la terra western di Kelly Reichardt

L’Oregon, la terra western del cinema di Kelly Reichardt: lì resta ingabbiata la speranza di ricominciare di Michelle Williams in “Wendy and Lucy”, lì le famiglie di “Meek’s Cutoff” vagano tra le rocce indebolite dalla fame fino ad incontrare un nativo americano. E sempre dallo stesso luogo, tra cacciatori di pellicce e cercatori d’oro, attecchisce in “First Cow” il sentimento di un’amicizia spontanea, istantanea, che non ricorre a divergenze per consolidarsi. Solo due uomini scartati dalla Storia dalle risolute regole del capitale, ancor prima che la Storia stessa, così come la conosciamo, iniziasse a fluire.

Non è la prima volta per Kelly Reichardt. Il suo cinema, ancora inspiegabilmente e ingiustamente inesplorato dal grande pubblico, soprattutto quello italiano, è ricco di autorialità, idee e ricerca sin dal suo esordio alla regia nel 1994 con “River of Grass”. Un film che la regista definì “un road movie senza strada, una storia d’amore senza amore, un crime movie senza crimine”. Non è dunque la prima volta che i personaggi di Reichardt vagano nella narrativa cinematografica di riferimento, percorrendo il genere, rinunciando però ad appartenervi. Non è la prima volta che Reichardt indaga l’adolescenza western di una nazione che indomita non smette mai di voler essere ricordata.

“First Cow”: l’anti-western

Il western è la narrazione dei monumentali paesaggi, degli orizzonti senza fine. Lo è perché colossale è stata la sua evoluzione, perché lo sguardo non incontra ostacoli nello sconfinato paesaggio nordamericano. Il western è la più statunitense delle narrazioni, e Kelly Reichardt conferma in “First Cow” la propensione ad avvalersi della geografia emozionale per far riemergere la Storia direttamente dalle radici conficcate nel terreno.

Per un viaggio che procede all’indietro di due secoli, arrestandosi negli States vergini e primordiali, “First Cow” sceglie un’inquadratura in 4:3, contenendo gli orizzonti, relegando ad un’intima prospettiva i grandi panorami del Paese più potente del pianeta. La regista comprime la sua, e la nostra, prospettiva, guidando l’attenzione verso limitati spazi di quotidianità e verso gli uomini che li abitano. Dal mito dello spazio inesauribile all’esiliata narrazione dell’uomo, con il desiderio di parlare del nostro presente pur con una storia pronta a riemerge dalla fitta boscaglia dell’Oregon del 1820.

First Cow

Otis Figowitz (John Magaro), che tutti chiamano Cookie, è un cuoco del Maryland che ha deciso di seguire un gruppo di cacciatori di pellicce verso Ovest. Nei rigogliosi boschi dell’Oregon, nel fitto della boscaglia, incontra King-Lu (Orion Lee), un cinese che, come tutti da quelle parti, è alla disperata ricerca di fortuna. I due sentono fin da subito di poter essere l’uno per l’altro un prodigioso riparo dalla dis-umana barbarie che li circonda. Decideranno di restarsi accanto e di intraprendere un’attività sfruttando il talento culinario di Cookie. Una mucca, di proprietà del ricco fattore del villaggio (Toby Jones), potrebbe offrire loro il latte necessario alla preparazione di deliziosi dolci, tanto buoni da richiamare agli intrepidi viandanti di frontiera il dimenticato sapore di casa.

Ottenere l’ingrediente segreto, ovvero il latte, raggiungendo l’unica fonte del divino nettare durante la notte, la prima e unica mucca dell’indomito Oregon, e appropriarsene indebitatamene è un furto a tutti gli effetti. Ma per alcuni non è possibile fare fortuna senza ricorrere ad un crimine. E in questa riflessione ristagna tutta la contradditoria essenza dello spirito capitalistico. Uno spirito a cui i due protagonisti aderiscono con spontanea consapevolezza, finendo per scontarne l’intimo peccato: un sistema inquinato che dapprima irretisce paventando un illusorio successo e poi domanda un risarcimento che solo i più forti saranno in grado di compensare.

“First Cow”: la storia del capitalismo americano nascosta tra le foglie

“First Cow” è la storia delle umide radici della sfrenata economia americana. Occultata tra aghi di pino, sotto foglie e sterpi, là dietro all’abitazione dell’invasore derubato, si nasconde l’icona mendace della libertà: la terra dove vi verrà raccontato che ogni desiderio concepibile è sempre a portata di mano.

Gli uomini che arraffano pellicce di procione, sopportando solitudini impregnate d’umidità e violenza, dovrebbero essere i self-made man di domani. I valorosi imprenditori che costruiranno l’impero venturo. Eppure in “First Cow” la virilità è lasciata scorrere sotto traccia, la maestosità dei paesaggi è sostituita da una natura composta e solenne, l’azione frenata, la violenza disabitata sullo sfondo.

I personaggi di John Magaro e Orion Lee: uomini comuni costretti ai margini

“First Cow” è una potente narrazione per immagini, resa ancor più profonda dalle interpretazioni di Orion Lee e John Magaro. Magaro interpreta il suo Cookie giocando di sottrazione: emoziona con occhi che sanno riempirsi di meraviglia, mentre rimette in piedi una salamandra tra le foglie, mentre alloggia con perizia i mirtilli selvatici su di un clafoutis, mentre porge le sue affettuose condoglianze alla mucca. Lee è la sua elegante controparte: il ritratto dell’americano laborioso con idee e iniziativa.

First Cow

La regista, così come è accaduto per le sue opere precedenti, è anche montatrice. Ciò le permette di procedere sempre alla giusta velocità, di assaporare il respiro del film proprio mentre lo sta realizzando. Grande merito va riconosciuto alla fotografia del fedele collaboratore Christopher Blauvelt, capace di guidare lo sguardo sempre su ciò che conta davvero, grazie alle accurate ed evocative correzioni di fuoco.

First Cow è cinema di resistenza: ripudiando la facile soluzione narrativa, gioca con il tempo frenando la Storia, e si dirige dritto con grazia e decisione al cuore della riflessione socio-politica. Non si tratta del cinema delle clamorose imprese, Cookie e King-Lu non sono gli eroi di John Ford, né gli antieroi di Sam Peckinpah. Sono persone comuni costrette ai margini da un neo-nato sistema deliberatamente costruito affinché da quel confine non possano discostarsi. Quella di Kelly Reichardt è una riscoperta archeologico-cinematografica del passato degli Stati Uniti d’America.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

"First Cow", l'ultimo film di Kelly Reichardt, è un western atipico che rinnega la grandiosità degli orizzonti preferendo soffermarsi sul ritratto di uomini comuni incorniciato da un'inquadratura in 4:3. Una regia consapevole ed evocativa ci guida attraverso la boscaglia dell'Oregon in una riflessione socio politica attuale ed urgente. Un film che lavora di sottrazione ma che, al contempo, sa essere molto di più di un'opera strettamente contemplativa.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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