Decima pellicola diretta dal leggendario Orson Welles, Falstaff (Campanadas a medianoche) è un film del 1965 tratto da Enrico IV, Enrico V, Le allegre comari di Windsor e Riccardo II di William Shakespeare.
Frutto della perfetta fusione tra uno dei più grandi scrittori e drammaturgi di tutti i tempi con le abilità e capacità registiche di un vero e proprio genio della macchina da presa, Falstaff si è meritatamente conquistato un posto di rilievo nella storia della settima arte, non sfigurando affatto se accostato agli altri grandi colossi del cinema de Welles, quali Quarto potere, L’orgoglio degli Amberson e L’infernale Quinlan.
L’adattamento shakespeariano è riuscito anche a conquistarsi il Grand Prix tecnico al 19° Festival di Cannes, uno dei pochi premi ottenuti da Welles nel corso della sua carriera.
Falstaff, trama
Il regno del sovrano d’Inghilterra Enrico IV (John Gielgud) è minacciato dai soldati guidati dal conte di Northumberland (Norman Rodway). Il principe Hal (Keith Baxter) colui che dovrebbe in futuro ereditare il trono e sul quale il regno ripone le proprie speranze, sembra essere poco interessato alle questioni politico-militari, e passa le proprie giornate a divertirsi con sir John Falstaff (Orson Welles). Le strade dei due amici andranno però a dividersi, e il principe sarà costretto a prendere delle dolorose e dure decisioni per salvaguardare il proprio reame.

Il ritorno di Welles nel Vecchio Continente
“Falstaff, il mio miglior film”. Queste le parole di Orson Welles riguardo al proprio adattamento shakespeariano del 1965, parole forti se si pensa alla filmografia del regista, ma che ben descrivono l’importanza e la grandezza dell’opera. Il Falstaff di Welles non è solo un grande capolavoro, ma indiscutibilmente rappresenta uno degli apici della seconda parte della carriera europea di “El Americano”.
A causa di vari insuccessi al botteghino e scontento degli ingenti tagli che i propri lungometraggi subivano da parte dei grandi studios americani, agli albori degli anni ’60 Orson Welles decide infatti di far ritorno in Europa, in modo da poter aver maggior indipendenza e controllo sulle proprie opere. Quì vedono la luce grandissimi film, come Il processo, Storia immortale e Falstaff.

Una messa in scena di livello assoluto
Quello che colpisce maggiormente l’occhio dello spettatore dinnanzi a opere come quelle sopracitate, è la grandiosità tecnica e visiva che l’autore è riuscito a mantenere pur avendo a disposizione dei budget notevolmente inferiori rispetto ai lavori statunitensi precedenti. Opere come Quarto potere e L’infernale Quinlan erano sì qualcosa di strabordante in termini di virtuosismi tenici e mezzi produttivi, ma è anche vero che dietro vi erano major miliardarie come la RKO e la Universal. Nel caso del Falstaff invece, si parla di una collaborazione tra Spagna e Svizzera che non vede il supporto di grandi aziende d’oltreoceano. Questo ha dato sì meno risorse finanziarie, ma ha permesso a Welles di lavorare liberamente e dare sfogo a tutto il suo genio creativo. Il risultato è stato a dir poco eccelso.

Un racconto che attraverso l’amicizia racconta l’animo umano
Orson Welles riesce a creare un vero e proprio dramma medievale dove una sceneggiatura poeticamente teatrale ed una messa in scena realisticamente cruda ci prendono per mano e ci accompagnano all’interno di una storia a tratti spassosa, ma che mostra i vari lati dell’animo umano. Quella tra il principe Hal, ragazzo scapestrato che manca costantemente ai propri doveri, e sir Falstaff, uomo torturato dai propri vizi e dalla vecchiaia, è un amicizia che mostra la mutabilità del sentimento umano dinnanzi alle conseguenze che la vita gli pone davanti. L’affetto si tramuta in disprezzo, la bambagia e la frivolezza lasciano posto alla fermezza e rigidità, e quella che sembrava indifferenza mostra il suo vero volto, un volto buono che per il dispiacere si abbandona fino alla morte.
Un racconto che lascia poco spazio al lieto fine, ma che anzi pone un duro colpo al cuore dello spettatore mostrandogli come anche il più caro degli amici possa dall’oggi al domani voltarti le spalle, vedendo nel vecchio compagno gli errori di un passato che vorrebbe non aver mai vissuto.

Conclusioni finali sul capolavoro
Orson Welles, oltre a dirigere l’opera in maniera impeccabile, interpreta un uomo che sente su di sé tutta la pressione di una vita ormai al limite, che ha visto solo nelle donne e nell’alcool il proprio scopo, e che per apparire maggiormente virtuosa e memorabile deve ricorrere a simpatiche ma altrettanto inverosimili bugie. Nonostante questo, Falstaff mantiene però la simpatia e lo spirito bambinesco che lo hanno sempre contraddistinto, e che perderà solo con la scomparsa dell’amico Hal e l’arrivo del sovrano Enrico V.
Falstaff è un vero e proprio viaggio, un viaggio memorabile. La regia di Welles è ispirata come lo è stata poche altre volte. Il film, nonostante non ricorra a mezzi produttivi di grandissima portata, mostra dei denti tanto lunghi e affilati da fare terrore anche ai grandi colossal hollywoodiani di quel periodo. Un opera dove la tecnica e la scrittura sono a dei livelli talmente alti che vien quasi difficile pensare che si tratti di un prodotto prossimo a spegnere le sessanta candeline.
Ma del resto, quando il più grande scrittore inglese di tutti i tempi incontra il regista americano più rivoluzionario dell’epoca d’oro del cinema statunitense, il risultato non può essere che di livello assoluto, un opera indelebile nei decenni a venire.

