Negli anni, Scarlett Johansson ha consolidato il suo statuto di interprete globalmente riconosciuta. La sua intensità performativa e le sue capacità, così come anche il suo appeal, le hanno permesso di conquistarsi di diritto uno spazio nello stardom hollywoodiano, e quindi internazionale. Assestata la sua etichetta di attrice, nel 2025 cede il passo al suo esordio dietro la macchina da presa. Corona così uno dei suoi sogni d’infanzia firmando la regia di Eleanor the great (98 minuti di durata). Il film, scritto da Tory Kamen, ha un andamento prettamente drammatico, alleggerito dai toni caustici della protagonista. Forse in ragione delle sue potenzialità, forse in ragione del rilievo della sua regista, il lungometraggio viene presentato nel circuito Un certain regard dello scorso Festival di Cannes, dove riscuote un caloroso plauso.

Eleanor the great: la trama
Assecondando la sua veneranda età, Eleanor (June Squibb) si è adagiata in una quotidianità ripetitiva ma non priva di entusiasmi. La novantaquattrenne vive sul mare, in un modesto appartamento che condivide con la migliore amica Bessie (Rita Zohar). Le due sono unite da un rapporto pressoché simbiotico: sveglia alla stessa ora, preparazione in simultanea e via alla giornata, sempre uguale ma non per questo meno interessante. Tra una camminata per sgranchire i muscoli e un’incursione al supermercato di fiducia, non mancano mai le chiacchiere divertite e i momenti di confidenza. Con l’amica, Bessie si sfoga rispetto a quanto vissuto da giovane ebrea negli anni dell’Olocausto. Eleanor, di ritorno, la conforta e si prende cura di lei sollevandole il morale con commenti elettrici. Quando però la sua migliore amica viene a mancare, la protagonista è costretta a rivedere il suo stile di vita.
Con cocente delusione, e un forte senso di mancanza, torna dalla figlia nella sua natale New York. In città, mentre la donna deve riabituarsi a nuovi spazi, la figlia Lisa (Jessica Hecht) le occupa le giornate con impegni continui e tenta di sistemarla in una casa di riposo. Un giorno, convinta di recarsi alle prove di un gruppo di teatro, Eleanor si presenta all’incontro di un gruppo di condivisione per sopravvissuti all’Olocausto. Curiosamente, all’appuntamento è presente la giovane Nina (Erin Kellyman) giornalista in erba alla ricerca di una storia avvincente. Quando l’anziana, già incline alla bugia, si rende conto del malinteso è troppo tardi per tacere. Le esce così dalla bocca l’unica storia che conosce, quella di Bessie, che affascina tutti. Ma quanto tempo passera prima che la menzogna venga scoperta?

Eleanor the great: la recensione
La materia con cui Scarlett Johansson si cimenta per il suo debutto registico si rivela, a suo modo, sia perfettamente classica che occasionalmente atipica. La base fornita dalla sceneggiatura di Tory Kamen è quella di un racconto canonico, la parabola del più tradizionale viaggio dell’Eroe. Si delinea così con la protagonista un andamento in cui le fragilità emotive e caratteriali la fanno cadere in errore, seppur in buona fede. Quando la verità verrà inevitabilmente a galla, quello della curiosa protagonista sarà un percorso di castigo e redenzione, che contribuirà a renderla grandiosa – non a caso, Eleanor the great – agli occhi dei suoi co-protagonisti e del pubblico.
La trama del personale di Eleanor si fonde con il grande tema dell’Olocausto. Lo fa probabilmente con una modalità tipicamente hollywoodiana, perlopiù semplicistica e ai fini dell’intrattenimento audiovisivo. Ma, nondimeno, costringe la sua protagonista così come gli spettatori a far risuonare grandi temi quali la memoria e l’appropriazione culturale. La linea dei sopravvissuti si unisce alle modalità comunicative del presente, al valore della testimonianza e alla relatività dell’informazione. La scrittura di Eleanor the great incorpora in sé dunque aspetti della più varia natura, accostandoli però ad una protagonista assolutamente peculiare. A dominare la scena è infatti una novantaquattrenne tanto arzilla quanto vulnerabile, trascinante e insieme assolutamente imperfetta.

Eleanor the great: la rivincita della terza età
Eroina inaspettata della vicenda è infatti la protagonista eponima col volto di June Squibb. L’attrice, classe 1929, sembra star facendo della rivincita della terza età il proprio marchio di fabbrica. La sua performance in Eleanor the great si dimostra impeccabile: i tempi sono perfetti, la stratificazione dell’emotività è corposa e il cinismo è cocente. Con lei prende corpo un’eroina fallibile e insieme insuperabile. La sua Eleanor, dietro ad una corazza di divertito senso critico, cela traumi e debolezze: la perdita della migliore amica, del marito, l’abbandono della propria casa e della propria indipendenza, giusto per citarne alcuni. Il suo comportamento dialoga con il nostro tempo e con un momento di rottura nel passato, e lei si colloca tra questi due elementi come anello di congiunzione deciso ma amabile, perfettamente capace di instaurare un legame di empatia col pubblico.
Indubbiamente l’andamento narrativo non cela magistrali colpi di scena o svolte sorprendenti. Il dispiegamento degli eventi è in effetti già tutto contenuto nella premessa del racconto. Questo toglie così dal quadro l’elemento sorpresa ma lascia spazio ad uno sviluppo familiare e a suo modo confortevole. Su di esso la regia dell’esordiente si appoggia con grande linearità e rispetto dell’approccio classico hollywoodiano, senza dedicarsi a virtuosismi tecnici. Johansson cuce il ruolo della macchina da presa sulla figura della sua protagonista, con la sicurezza che una vita dedicata al cinema le concede. Il risultato, Eleanor the great, si configura così come un film amabile e delicato, in cui l’elemento scoppiettante è, sorprendentemente, tutto insito nella sua protagonista quasi centenaria.


