lunedì, 27 Settembre, 2021

Earwig e la strega, l’esordio in CGI della Ghibli, diretto da Goro Miyazaki

Earwig e la strega l’esordio di Goro Miyazaki figlio del famoso Hayao fondatore del celebre studio Ghibli

Earwig e la strega è il titolo dell’ultima fatica firmata da Goro Miyazaki, figlio del più famoso Hayao, mitico fondatore dello studio Ghibli, caposaldo leggendario dell’animazione giapponese. E’ il primo tentativo del celebre marchio nipponico di utilizzo della CGI, ovvero l’animazione in digitale (computer animation), che volente o nolente, costringe all’angolo il disegno a pastello, sotto richiesta progressivamente crescente del mercato; è una tecnica con cui la concorrenza (vedasi Pixar) sforna ormai meraviglie assodate e che necessita oggettivamente di un confronto attivo e ragionato.

Il soggetto prescelto per questo significativo attraversamento di linguaggio è l’omonimo romanzo di Diana Wynne Jone, importante autrice di riferimento contemporaneo del genere fantasy per ragazzi, legatissima a casa Myazaki, già creatrice della Trilogia di Howl, da cui fu tratto Il castello errante di Howl, che nel 2004 ha ispirato il noto e molto amato film di Hayao con lo stesso titolo.

Earwig e la strega

Earwig e la strega trama

In questo caso la vicenda è molto più elementare: Earwig viene lasciata molto piccola da quella che pensiamo possa essere la madre, verosimilmente una strega, all’orfanatrofio di St Morwald’s; qui la bambina è ribattezzata Erica, cresce soddisfatta e spensierata riuscendo con la sua furba caparbietà ed un sorriso irresistibile a farsi ben volere dagli amici e ad ottenere da tutti ciò che desidera.

Perciò non mostra nessuna propensione durante le periodiche visite delle varie famiglie che vorrebbero adottare dei trovatelli: anzi se ne disinteressa, paragonando il comportamento degli adulti a quello di cercatori di bambole ammaestrate, non di bambini in carne ed ossa. Nessuno dunque la nota: eppure una mattina la bizzarra signora Bella Yaga ed il suo inquietante accompagnatore Mandragora la scelgono e se la portano con sé.

Earwig e la strega

Appena la piccola fa il suo ingresso nella nuova casa, Bella le rivela bruscamente di essere una strega e che le braccia della bambina servono solo per dare una mano in tutti gli innumerevoli servizi che il lavoro di stregoneria comporta. Regola fondamentale è non disturbare Mandragora, il cui carattere è particolarmente irascibile, obbedire agli ordini, pulire il laboratorio ed  imparare a cucinare: se si comporterà bene, potrà accedere al sapere magico ed arcano che Bella detiene, facendole da vera assistente.

Earwig e la strega

Ma nonostante l’impegno profuso, questo fatidico e tanto aspettato momento di iniziazione alla magia, non sembra arrivare mai, ed Erica trascorre giornate sfiancanti, reclusa e schiava della burbera strega e della sua esasperante tabella di marcia: perciò con il suo nuovo amico Thomas, un gatto nero parlante, famiglio indispensabile per la riuscita di ogni incantesimo, decide di ribellarsi e riprendere in mano la situazione. Deve rendersi immune dagli ipotetici sortilegi di vendetta della bisbetica padrona e passare al contrattacco, facendosi rispettare e scoprendo il mistero che si cela dietro all’eccentrica coppia che finge di averla adottata e, forse, dietro al suo nebuloso passato.

Earwig e la strega

Earwig e la strega recensione

Film per il cinema, che causa pandemia, è stato destinato alla televisione su suolo giapponese, Earwig e la strega approda nelle sale nostrane lo scorso luglio, con molta aspettativa da parte di afecionados di ogni età ed estimatori del genere. La terza creatura di Miyazaki junior (dopo I racconti di Terramare e La collina dei papaveri), la seconda realizzata e soprattutto sceneggiata in solitaria, affiancato dalla fedele Keiko Niwa, senza alcun contributo illuminante paterno, non arriva dritta al cuore come dovrebbe, latita, stenta a decollare, si reitera in una mancanza di sviluppo tematica e narrativa non da poco e finisce per allontanare l’attenzione, impoverire la curiosità e disattendere le illusioni in chi guarda questa deficitaria fabula fantasy.

Sicuramente un motivo è da ritrovare nell’inedita tecnica utilizzata, che lascia da parte la confidenza del cuore con cui la Ghibli aveva conquistato l’immaginario dell’animazione cinematografica facendo scuola e proseliti, per approdare sui lidi innovativi e non battuti della computer grafica, dove non si possiede ancora l’agio, né la comodità, né la maestria delle tavole disegnate a mano, e manca l’esperienza necessaria a rompere o ad aggirare determinate e prevedibili staticità o ripetizioni.

Al di là di una scarsa “manualità” tecnica, comunque comprensibile e perdonabile vista sia la dolcezza rotonda verso cui sembra dirigersi il tratto, pur digitale, sia la fedeltà ad una gamma cromatica che non dimentica lo splendore delle originarie tavolozze, osando farne uso felicemente fuori dai canoni del verosimile (basti pensare ai colori di Bella e Mandragora), il sospeso più forte di Earwig e la strega lo traiamo dalla storia.

Quest’ultima sembra pesantemente monca, sacrificata nei personaggi e nelle loro implicazioni, avviluppata attorno ad una premessa e al suo sviluppo, entrambi incapaci di arrivare ad uno sbocco sufficiente e funzionale rispetto agli elementi schierati in campo. Non si chiarifica il perché di certe situazioni, tra cui l’abbandono della piccola Earwig, né la sua reale natura, né il tipo di rapporto che la lega alla presunta madre, mentre la maggior parte dell’attenzione risulta protratta su un rapporto abnorme tra madre e figlia, dichiaratamente privo di amore reale, senza comprensione, una lotta buffonesca, ma agguerrita tra l’adulta ostinata ed egoista e la bambina pestifera in cerca di attenzione, comprensione e realizzazione.

Earwig e la strega

Nessun bisogno è veramente esplicitato: e se quello della piccola può essere intuibile tra le pieghe del suo atteggiamento da capetto birichino, quello degli adulti resta un non detto assiomatico, asintomatico e non collocato.

Sembra di avere a che fare con lo spettro abbellito di casa Miyazaki, un padre geniale e senza tempo, costantemente isolato e devoto al proprio lavoro, una madre severa ed altrettanto focalizzata su tutto ciò che serve per mandare avanti la propria occupazione atipica, ma di successo, e una “figlia” requisita da chissà dove che ne deve seguire tempi, modi e contenuti di vita, abbastanza radicali e paradossali. Il resto è sacrificabile, l’universo si ferma qui.

L’infanzia è negata, la famiglia è al limite del disfunzionale, l’amore cercato, ma mai esplicitamente richiesto, è nascosto sotto un cuscino, dentro ad una foto antica, in una vecchia audiocassetta, che ripete a dismisura la canzone dal non casuale titolo Don’t disturb me, di Satoshi Katebe, un rock belligerante che rimanda ad un tempo in cui si era liberi e felici ed in cui tutto sembrava ancora possibile, una giovinezza in cui le donne potevano essere libere, streghe ed innocenti insieme.

Manca il luogo e lo spazio della spensieratezza e dell’accoglimento, che non coincida con un obiettivo da portare a termine, con un do tu des, con il compito, la missione, la promessa di riempire vuoti creati da altre persone, dal tempo che se n’è andato, da scelte di vita diverse.

Earwig e la strega

A fronte dell’odore autentico di buona volontà, dell’occhio strizzato ai più piccoli, Earwig e la strega resta un interdetto, un cuore definito a metà, un esercizio di premessa senza i necessari stravolgimenti, un tema sperduto per dei personaggi poco amati ed amabili, le cui radici non si riescono a mettere a fuoco, in un universo che sembra non restituire quanto chiede di investire.

Il ritorno delle vivaci illustrazioni a matita e pastello nei titoli di coda, lascia rifiatare l’antica anima Ghibli nuovamente, e ci ricorda di sperare che questo sia solo il tentativo di una nuova promessa evocativa e poetica per l’animazione giapponese più preziosa ed iconica di tutti i tempi.

Earwig e la strega trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Earwig è lasciata in orfanotrofio da piccola: cresce spensierata e determinata; detesta l'idea di essere adottata, ma non può esimersi quando tocca a lei e finisce nella casa di Bella Yoga, una burbera strega che ne fa la propria schiavetta personale. Earwig si ribella. Primo lungometraggio in CGI per casa Ghibli, diretto dal figlio di Miyazaki, Goro; ispirato alla fabula fantasy omonima di Diana Wynne Jone, risente della mancanza di esperienza con il nuovo linguaggio e di una struttura deficitaria della storia che risulta ripetitiva, non sviluppata, nè necessitata. Personaggi funzione, non amati, e poco amabili, curiosità impoverita, distacco dal nebuloso nodo emotivo. Non brillante.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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