mercoledì, 21 Aprile, 2021
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È solo la fine del mondo – film di Xavier Dolan, con Gaspar Ulliel e Vincent Cassel

“È solo la fine del mondo” è un film di Xavier Dolan (Matthias & Maxime), del 2016. Presentato all’edizione dello stesso anno del Festival di Cannes, dove si aggiudica il Grand Prix Speciale della Giuria e la candidatura per la Palma d’oro. Il film è basato sulla pièce teatrale “Giusto la fine del mondo” (“Juste la fin du monde”) di Jean-Luc Lagarce.

È solo la fine del mondo

L’opera racconta del ritorno a casa da parte di Louis, scrittore, che vittima della malattia, è prossimo alla morte. Il motivo del ritorno a casa, è un movente difficoltoso, ovvero quello della rivelazione ai propri familiari della propria condizione, quindi della prossima scomparsa. Louis si trova però di fronte a una condizione complessa e difficile. Se la base e il motivo del suo ritorno a casa, è la volontà dello stesso di stabilire un dialogo con i propri cari, ciò che si trova ad affrontare, risulta essere qualcosa di completamente differente. L’incomunicabilità si radica in ogni cosa, dagli atteggiamenti alle parole. Tutto diviene più articolato, in un crescendo, che invece di riavvicinare, separa.

È solo la fine del mondo

Tutti si concentrano sul sé, nessuno riesce ed è disposto a scendere a compromessi nella comprensione della volontà altrui. Louis è vittima delle proprie scelte del passato, è vittima della propria libertà, soffocata dalle esigenze di chi in quegli attimi, non può far altro che addossare a lui la responsabilità di uno scoppio sentimentale ed emotivo che si infrange in mille pezzi. La difficoltà d’ascolto, è figlia della necessità dei personaggi, che pongono il protagonista in una situazione di debito nei loro confronti. Antoine (Vincent Cassel), il fratello, è diametralmente opposto a Louis e sviluppa nei suoi confronti un’eterna e ingestibile gelosia, dimostrata anche dal nervoso monologo in auto. La sorella Suzanne (Léa Seydoux), pur essendo complessamente felice di rivedere il fratello, nonostante l’abbia conosciuto poco, nutre verso quest’ultimo un senso di abbandono. La madre Martine (Nathalie Baye), smuove le proprie volontà di mediazione, non riuscendo mai veramente nell’intento, aggravando in alcuni casi la condizione di comunicabilità tra gli altri.

È solo la fine del mondo

L’opera drammaturgica, nella rilettura di Dolan, non perde la propria rilevanza, bensì si sposta chiaramente su un livello cinematografico, dove il primo piano diviene elemento essenziale della lettura introspettiva del personaggio. Non vi è una visione d’insieme lucida, ma una visione frammentaria delle soggettività coinvolte in questa difficile riunificazione del nucleo familiare, quasi impossibile da mantenere in equilibrio.

È solo la fine del mondo

L’opera, è un continuo rovesciarsi incontrollato e ingestibile delle emozioni, che si articolano in un complesso crescendo altalenante e sempre più soffocante. Non solo i sentimenti egocentrici di alcuni dei personaggi, che sovrastano la possibilità di comunicazione, ma anche la mancanza di altri nell’esporre le proprie volontà. Come avviene in Louis, spesso movente e sfogo delle emozioni purtroppo mai veramente affrontate, ma sempre lasciate in secondo piano. Sentimentalismi che emergono trasversalmente dopo lunghi periodi vuoti. L’assenza di contatto troppo prolungata, ha causato un divario sempre maggiore. Tutti sono concentrati sui rimorsi e sulle sensazioni passate, trattenute spesso con forza, per una volontà maggiore di mantenere in equilibrio situazioni troppo precarie.

È solo la fine del mondo

La figura assente del padre, come avviene sempre nei film di Dolan e la figura della madre, che nonostante tutto, non è immune al risentimento nei confronti del figlio per essersene andato e essersi costruito una vita lontano da lì. Tutto questo, assorbito da Louis con silenzio. Un silenzio che non gli permette nemmeno di spiegare davvero ciò per cui è tornato lì. Un silenzio che risiede anche nei nervosismi continuativi degli altri, negli sguardi rancorosi, nei pensieri gestuali e nella tensione, che sembra non riuscire a scomparire.

È solo la fine del mondo

L’opera originale, scritta nel 1990, è emblema dell’assenza di comunicazione, quindi del vuoto come fulcro fondamentale e origine di tutte le nevrosi e le problematiche dei rapporti. Ciò che più fornisce ancor più potenza alla piéce però, è l’assunzione di Louis come l’alter-ego dell’autore, Lagarce. Malato di AIDS, il drammaturgo perde la vita cinque anni dopo la stesura di questo testo. Un’assenza di comunicazione, che seppur inserita in una narrazione, sottintende sentimenti ed emozioni vere. La solitudine e la difficoltà di esplicitazione di un sé soffocato e sovrastato dal circostante.

È solo la fine del mondo

PANORAMICA RECENSIONE

regia
sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

L’opera, è un continuo rovesciarsi incontrollato e ingestibile delle emozioni, che si articolano in un complesso crescendo altalenante e sempre più soffocante. Non solo i sentimenti egocentrici di alcuni dei personaggi, che sovrastano la possibilità di comunicazione, ma anche la mancanza di altri nell’esporre le proprie volontà. Come avviene in Louis, spesso movente e sfogo delle emozioni purtroppo mai veramente affrontate, ma sempre lasciate in secondo piano. Sentimentalismi che emergono trasversalmente dopo lunghi periodi vuoti.
Davide Pirovano
Mi piacciono le arti visive contemporanee e mi piace pensarle in un’ottica unificatrice. Non so mai scegliere, ma prediligo le immagini e storie di Gaspar Noé, David Fincher, Yorgos Lanthimos e Xavier Dolan.

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