Dune: Un capolavoro mancato?

Ora che è stata annunciata l’uscita del Dune di Denis Villeneuve nell’autunno 2020, viene naturale ripensare all’unica altra versione per il grande schermo del celeberrimo romanzo di Frank Herbert con lo stesso titolo. Il primo volume della saga uscì nel 1965 e da subito ebbe un grande successo, influenzando profondamente l’immaginario fantascientifico e fantastico a venire: dall’universo di Guerre stellari (il pianeta desertico, la Forza, gli stormtrooper, la Resistenza… quasi tutto è “preso in prestito”) fino ad arrivare ai vermi giganti di Tremors (1990 e seguiti). Un primo tentativo di farne un film risale addirittura al 1974 e vede coinvolti Salvador Dalì in un ruolo importante e Alejandro Jodorowsky per la regia. Tuttavia, il progetto andò a monte dopo due anni di preproduzione, che costarono due milioni di dollari e convinsero tutti gli altri possibili investitori a rinunciare.

Dune

Tutti tranne Dino De Laurentiis, noto per essere caparbio e intuitivo, il quale nel 1976 comprò i diritti del libro e commissionò una sceneggiatura allo stesso Herbert, che la scrisse, ma senza troppo successo. Era infatti troppo lunga. Allora il testo passò nelle mani dello scrittore Rudy Wurlitzer, che avrebbe dovuto stendere un copione da affidare a Ridley Scott, in quel momento occupato col promettentissimo Alien (1979). Ma quest’ultimo abbandonò presto la barca per girare Blade Runner (1982) e così i lavori rallentarono. A quel punto entrò in scena Raffaella, figlia di Dino, che vide The Elephant Man (1980) di David Lynch e decise che il film andava affidato a lui. A colpire la giovane produttrice fu la capacità del regista trentenne di creare mondi totalmente credibili ma mantenendo uno stile personalissimo e suggestivo. Lynch e i De Laurentiis, pur concependo cinema molto diversi, si piacquero subito e il progetto poté finalmente prendere il volo.

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Da parte sua, Lynch avrebbe preferito dirigere una sceneggiatura che aveva in mano da qualche tempo, intitolata Ronnie Rocket, e per spingere in quella direzione aveva già rifiutato diverse proposte: un adattamento di Red Dragon di Thomas Harris (lo farà poi Michael Mann con Manhunter nel 1986), il terzo episodio di Star Wars (a pensarci adesso vien quasi da ridere…) e una pellicola biografica sull’attrice ribelle Frances Farmer (nel 1982 uscirà Frances di Graeme Clifford con Jessica Lange). Quest’ultimo progetto era della Brooksfilm, la società con cui Mel Brooks realizzava film non comici e che aveva cominciato la sua attività proprio con The Elephant Man. Però il destino volle che Lynch arrivasse alla proposta di De Laurentiis senza ostacoli e così avvenne, al punto che egli afferma: «Dune è una storia di ricerca dell’illuminazione, e in parte lo diressi per questo, ma sapevo anche che per qualche motivo era scritto che lo facessi».

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Nel ricordare ciò che lo aveva colpito della storia, senza aver mai saputo nemmeno che la saga letteraria esistesse, l’autore si riferisce alla natura messianica del personaggio principale del romanzo e al percorso spirituale che Paul Atreides compie durante l’intera vicenda. Il giovane è l’erede di un potere misterioso ed è l’unico a poter salvare il pianeta Arrakis dalla distruzione ad opera del malvagio imperatore e dei suoi servi. Ma al di là dell’impianto epico del soggetto, che Lynch aveva già incontrato sul tavolo di George Lucas e che non lo intrigava più di tanto, era proprio il discorso sulla spiritualità a suggestionarlo, e soprattutto ad attivare in lui un forte senso di identificazione nel protagonista. È infatti noto che dai primi anni Settanta Lynch pratica la Meditazione Trascendentale secondo gli insegnamenti direttamente giunti dal maestro indiano Maharishi Mahesh Yogi attraverso il discepolo Charlie Lutes, di cui Lynch divenne seguace.

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Insomma, le premesse sembravano straordinarie. Oltretutto, per Dune non si badò a spese: il budget ammontava a 40 milioni di dollari, una cifra notevole per quei tempi. Le persone coinvolte, tra attori e tecnici, erano circa 1700. Ben quattro troupe lavoravano in contemporanea su ottanta set distribuiti in otto teatri di posa, senza contare le riprese in esterni presso il deserto di Samalayuca di Ciudad Juárez, nello Stato messicano del Chihuahua. Numeri impressionanti che fanno riflettere. E c’è da dire anche che il regista ebbe, almeno all’inizio, totale libertà di movimento per quanto riguarda scenografia ed effetti speciali. Solo in un secondo momento, quando ci si rese conto che non poteva fare tutto da solo senza impazzire, vennero coinvolti nel progetto il celebre Anthony Masters, che aveva fatto 2001: Odissea nello spazio (1968), e l’artista Carlo Rambaldi, il padre dello Xenomorfo di Alien e della creatura di E.T. l’extraterrestre (1982).

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Il cast venne letteralmente assemblato un pezzo alla volta, pescando nei luoghi più imprevisti i nomi più improbabili: da una parte il rocker britannico Sting, dall’altra Silvana Mangano, ex diva del neorealismo italiano e all’epoca moglie di Dino De Laurentiis. Ma la lista è lunga e vanta alcuni nomi lynchiani quali Brad Dourif (poi in Velluto blu, nel 1986, ma anche in My Son, My Son, What Have Ye Done del 2009, prodotto da Lynch per la regia di Werner Herzog), Dean Stockwell (anche lui in Velluto blu), Everett McGill (poi nella serie Twin Peaks), José Ferrer (padre del Miguel Ferrer che darà anima e corpo ad Albert Rosenfield) e naturalmente Jack Nance, grande amico del regista e già protagonista di Eraserhead – La mente che cancella (1977), per ricomparire a più riprese fino a Strade perdute (1997), pellicola che uscirà nelle sale un anno dopo la sua prematura scomparsa. Insomma, una bella rosa di caratteristi pronti a dare il meglio di sé per il giovane talento americano e la sua versione di Dune.

Eppure, una volta tornati a Los Angeles, il sognò sfumò e la realtà si manifestò in tutto il suo squallore. Dino De Laurentiis vide le cinque ore montate da Lynch e le fece immediatamente tagliare per raggiungere la quota delle due e diciassette minuti fondamentale per l’uscita nelle sale. In più, dopo che gran parte delle sequenze erano scomparse, vennero aggiunte voci fuori campo sussurrate dai personaggi perché c’era la convinzione che il pubblico non avrebbe capito la trama. Senza ombra di rancore, di recente il regista ha spiegato: «È come se, dopo che hai lavorato con passione a un quadro, arrivasse qualcuno, te ne staccasse un pezzo e lo buttasse via; non è più il tuo quadro». E Dune non era più il suo film. L’unica proiezione alla quale Lynch presenziò fu quella alla Casa Bianca, in presenza di un Ronald Reagan colpito dal suo estro visionario. Per il resto, non seguì la vita della pellicola «e quando debuttò al cinema non lessi neppure una recensione».

Alla fine dei conti, l’impressione di un’occasione persa risulta la prima e la più suggestiva. A Lynch, comunque, rimangono alcune importanti soddisfazioni. In primis, in un documentario del 2001, Dino De Laurentiis ammette di aver distrutto il film in fase di montaggio. Poi sono agli atti gli elogi dell’autore di fantascienza Harlan Ellison, per esempio, o dello stesso Frank Herbert, che nell’introduzione a una sua raccolta di racconti scrive: «Quello che appare sullo schermo è un trionfo visivo». E, non ultimo, va citato un pensiero dell’attore protagonista Kyle MacLachlan, il quale deve a Lynch l’esordio al cinema e ha trovato in lui un amico e un mentore per tutta la vita. L’interprete, allora ventiquatrenne, ha ricordato l’ottimo lavoro svolto dal regista sul set, le difficoltà evidenti nel ridurre le pagine del libro e la capacità, nonostante tutto, di «imprimere la sua estetica», per concludere che considera Dune «un capolavoro mancato».

Voto Autore: 4 out of 5 stars

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