domenica, 17 Ottobre, 2021

Dov’è il mio corpo?

Gran Premio nella sezione Settimana Internazionale della Critica nello scorso Festival di Cannes, questo gioiellino d’animazione è stato reso disponibile sulla piattaforma Netflix il 29 novembre. Diretto da Jérémy Clapin, disegnatore e animatore esperto ma alla prima esperienza di direzione di un lungometraggio animato, Dov’è il mio corpo? è stato prodotto dalla Xilam del re Mida dell’animazione francese, quel Marc du Pontavice che ha fatto scuola nelle serie animate esportando in tutto il mondo titoli come Oggy e i maledetti scarafaggi, I Dalton e Lucky Luke. E’ tratto dal famoso romanzo Happy Hand, scritto da Guillaume Laurant (lo sceneggiatore de Il favoloso mondo di Amélie) ed è stato candidato come Miglior film d’animazione agli European Film Awards di quest’anno.

Dov’è il mio corpo?

La storia si sviluppa secondo un doppio binario narrativo. Da un lato l’esistenza problematica di Naoufel, giovane di origine magrebina, orfano di entrambi i genitori, costretto a lavorare come fattorino per una pizzeria e a vivere con un parente prossimo che non si prende mai davvero cura di lui.  Dall’altra l’odissea di una mano mozzata che fugge dalla cella frigorifero di un ospedale per vagare per la città alla ricerca del suo corpo perduto. Di fronte a una premessa così semplice, Dov’è il mio corpo? si dipana in una storia molto più complessa che ci racconta la difficile vita di Naoufel, da piccolo sognatore incallito, desideroso di diventare pianista o astronauta, ma costretto da molteplici disavventure a consegnare pizze a domicilio, nell’insofferenza di tutte le persone con cui deve avere a che fare, per forza (il suo capo) o per esigenza (il parente che lo ospita). Quando però il ragazzo suonerà al citofono di Gabrielle, tutto sembrerà cambiare. Naoufel deciderà di ribaltare completamente tutte le sue certezze, dal lavoro all’abitazione, perché innamorato di lei.

Dov’è il mio corpo?

La parte più interessante del film è certamente quella che riguarda l’incredibile viaggio della mano. Essa, come il più classico dei flâneurs del simbolismo francese, si ritrova a vagabondare, a contatto con animali come piccioni e ratti, sui tetti dei palazzi e nelle linee della metropolitana. Nuoterà, volerà, si arrampicherà e camminerà come un ragno, col solo obbiettivo di ricongiungersi a quel corpo che, forse, nel frattempo si è disabituato a lei, ormai non sentendone più di tanto la mancanza. C’è qualcosa di estremamente romantico, una magia raffinatamente francese dietro ad una storia come questa. La mano, percorre esattamente lo stesso percorso di Naoufel. Cerca di ricomporre i cocci di un passato che rimpiange, ma che non potrà mai ritornare. Si rende conto di essere impotente, così sola come si è ritrovata, e spera di poter ritrovare quel suo stato di grazia, che, impercettibilmente, malgrado tutte le difficoltà occorse al suo “padrone”, godeva prima di perdere il suo corpo.

Esattamente come Naoufel, la mano si rende conto che per cambiare le cose occorre compiere un gesto eclatante e folle, che possa scardinare la routine quotidiana e dare davvero l’avvio a un nuovo inizio. Senza anticipare troppo si può dire che entrambi decideranno, in modi diversi, di volare. Da qui in poi sia Naoufel sia l’arto mozzato, si renderanno conto di essere ormai separati, non più parte dello stesso organismo, e ricominceranno l’uno per la propria strada.

Dov’è il mio corpo?

Curiosa ed eccezionale è la scelta del regista, di fatto, di affidare all’organo reciso, il racconto delle tappe fondamentali dell’esistenza del ragazzo protagonista. Vediamo Naoufel che gioca, ammira il paesaggio, tasta il terreno sabbioso della spiaggia, cerca di acchiappare le mosche, tutte azioni che scandiscono le tappe più importanti della sua esistenza e che presuppongono l’attività effettiva della mano destra, che diventa così cartina tornasole non solo della corporeità del protagonista, ma anche della sua anima. Così come il corpo di Naoufel soffre, si innamora, si strugge, anche la mano ne passa di tutti i colori nel corso degli ottanta minuti di durata di Dov’è il mio corpo?. Questo avviene perché, l’odissea dell’arto diventa l’archetipo di qualsiasi percorso di superamento di un trauma, o, se si vuole, di qualsiasi romanzo di formazione degno di questo nome. Ciò che spinge la mano a partire verso l’ignoto è certamente il dolore, ma il percorso che la mano compie, diventa ben presto un’occasione per maturare, per diventare più forte. Alla fine, di fronte ad un Naoufel ormai rassegnato a vivere senza mano destra, l’arto se ne farà una ragione. Il suo dolore si è trasformato in rimpianto e la sua essenza, esattamente come quella di Naoufel, è uscita dalla vicenda maturata. Ecco che allora Dov’è il mio corpo? si trasforma in un film d’animazione quasi filosofico.

Dov’è il mio corpo?

Dal punto di vista tecnico Dov’è il mio corpo? si configura come un ottimo film. In modo particolare, tre sono le scelte adottate dal regista davvero interessanti in questo titolo. In primo luogo la scelta di utilizzare, almeno per la maggior parte delle sequenze, l’animazione 2D vecchio stampo, interamente artigianale e artisticamente più sofisticata, che diventa anche un mezzo espressivo dell’atmosfera generale del film, causando in tutti gli spettatori un inevitabile senso di nostalgia, che ben si adatta alla vicenda narrata. Per lo stesso motivo è molto efficace anche la scelta di alternare ai colori pastello e crepuscolari del presente, un fantastico bianco e nero nei flashback. Infine il fatto che i dialoghi siano nel complesso pochi e spesso anche non così decisivi per il fine drammaturgico, fa sì che diventino protagonisti di Dov’è il mio corpo? le immagini e i silenzi, aspetti paradossalmente spesso sottovalutati nell’animazione di oggi. La combinazione di queste tre particolarità rende il film di Clapin un prodotto più per adulti che per bambini. La fruizione perfetta è sicuramente quella dei figli insieme ai genitori, perché i soli piccoli non potrebbero cogliere al meglio il forte messaggio che la pellicola porta con sé. In questo senso il fatto che Netflix si sia accaparrato la possibilità di distribuire un titolo del genere è fantastico. Dal punto di vista dell’intrattenimento famigliare la piattaforma di Los Gatos si è ampiamente dimostrata come la migliore rispetto a tutta la concorrenza e Dov’è il mio corpo? sembra il film perfetto sotto questo aspetto.

Non è quindi soltanto la vicenda raccontata, a rendere Dov’è il mio corpo? un prodotto fantastico, ma anche il modo di raccontarla, dotato com’è di una tenerezza infinita, che solo i francesi possono adattare ad una storia come quella creata da Laurant. Il fatto che i Golden Globe 2020 non abbiano preso in considerazione questo titolo nemmeno come candidato al miglior film d’animazione, è clamoroso. Chissà se l’Academy ancora una volta si dimostrerà più lungimirante.

Voto Autore: [usr 4]

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