La disforia di genere: il senso di disagio derivante dall’incongruenza tra il genere con cui una persona si identifica e il sesso assegnato alla nascita. Un tema che negli ultimi anni è stato affrontato in chiavi diverse, da film altrettanto differenti per stile e sensibilità.
Ecco quindi 5 opere che parlano di disforia di genere.

Laurence Anyways – Xavier Dolan (2012)
Nel lontano 2012 un giovanissimo Xavier Dolan (all’epoca aveva solo 23 anni) dirige una delle opere fondative della sua intera filmografia. Laurence Anyways è la storia di Laurence (Melvile Poupaud), giovane insegnante di letteratura in una relazione con l’eccentrica Fred (Suzanne Clément), che si ritrova all’età di trent’anni ad avviare un percorso di transizione per iniziare a vivere come una donna. Un ritratto poetico e vivido della disforia di genere, dalla durata imponente di circa tre ore, che tramite la regia colorata e pop di Dolan e la volontà di non porre il focus della pellicola sul vittimismo riesce a rappresentare a 360 gradi l’esperienza di una persona colta dall’improvvisa necessità di non vivere più la propria vita nella menzogna. Emancipandosi, e liberandosi così da ogni etichetta impostagli dall’esterno.
Senza morbosità o feticismi sul corpo di Laurence, ma con la volontà di ampliare il quadro il più possibile.

Girl – Lukas Dhont (2018)
Esordio alla regia del regista belga Lukas Dhont, vincitore della Queer Palm nel 2018, il film Girl segue a un livello ancora più intimo e chirurgico la quotidianità della quindicenne Lara (Victor Polster), giovane ballerina di danza classica professionista biologicamente nata uomo. L’opera rappresenta un unicum nel suo genere, e non solo per l’inquadratura temporale ridotta e la rappresentazione di una famiglia (con particolare menzione per quanto riguarda il padre) che supporta il percorso della giovane. Anche per la messa in evidenza delle difficoltà di una persona, la quale utilizza il proprio corpo per lavorare, nel dover aspettare per poter assumere gli ormoni e per un’eventuale operazione di riassegnazione chirurgica. Un processo a volte lento, che può aumentare il malessere di chi ne è coinvolto nell’affrontare la vita di tutti i giorni.
Un vero è proprio cult movie sul tema della disforia di genere, per uno sguardo da vicino a un tema complesso e delicato.

Ho visto la tv brillare – Jane Schoenbrun (2024)
Un body horror geniale e allucinato, che dietro alle luci al neon e alle zone liminali dei suoi protagonisti racconta l’incubo del vivere una vita in un corpo che non si sente come proprio. Sto parlando di Ho visto la tv brillare (2024), di Jane Schoenbrun, un film dai vari sottotesti e che sfrutta il genere invertendone il paradigma. Non è più la mutazione del corpo a generare inquietudine nello spettatore, infatti, ma l’assenza di trasformazione. L’incapacità di accettare sé stessi e vivere secondo l’identità di genere che si vorrebbe.
Il film narra di Owen (Justice Smith), che trascorre spesso le sue serate a guardare la sua serie tv preferita a casa dell’amica Maddy (Jack Aven). Ben presto, però, la finzione inizia a penetrare e confondersi con la realtà. Il film è l’esempio di come l’arte possa raccontare una storia con prospettive totalmente inesplorate, tramite una fotografia visivamente splendida e una colonna sonora che spazia da Caroline Polachek ai Boygenius.
Il racconto di un’atmosfera nostalgica, di un tempo che passa trasformando la vita in un incubo esistenziale.

The Danish Girl – Tom Hooper (2015)
Per chi volesse un taglio più storico, The Danish Girl è una perla imperdibile, diretta da Tom Hooper e tratta dal libro di David Ebershoff. L’opera racconta la storia della prima riassegnazione di genere nella Germania degli anni ’30, eseguita su Einar (poi Lily) Wegener (Eddie Redmayne). Come in Laurence Anyways, il punto forte del film è il suo non focalizzarsi primariamente sul corpo della protagonista, oggettificandolo, ma il provare a restituire la sensazione generale tramite una narrazione più ampia, che coinvolga anche la moglie Gerda (Alicia Vikander) e il lavoro della coppia. I due sono infatti entrambi pittori e questo rappresenta uno snodo centrale per la trama, in una riflessione tra la rappresentazione e il rappresentato.
Nonostante le polemiche per la scelta di un attore cis per il ruolo, la delicatezza estetica e l’accuratezza dell’esposizione rendono dunque il film degno di visione.

Nimona – Nick Bruno e Troy Quane (2023)
Concludo infine con un film d’animazione, Nimona, allegoria della fluidità di genere e rappresentazione accurata di un personaggio non-binary. Diretta dal duo registico Bruno-Quane, la storia è ambientata in un mondo cyber-medievale, dove la tecnologia si mescola a castelli, armature e rigide tradizioni feudali.
Il co-protagonista è Ballister Blackheart, un uomo di origini umili che è riuscito a diventare cavaliere. Durante la cerimonia ufficiale, però, viene incastrato per l’omicidio della Regina; diventato il ricercato numero uno del regno e considerato da tutti un “mostro”, Ballister si nasconde, ma a bussare alla sua porta arriva Nimona, una creatura mutaforma capace di trasformarsi in qualunque animale. Una figura ambigua, che non si definisce e non ha motivo di farlo. E alla domanda di Ballister “Ma cosa sei di preciso?”, Nimona risponderà orgogliosamente: “Io sono Nimona”. Un rifiuto totale all’incasellamento che nell’evoluzione del rapporto col cavaliere diventa fonte di ricchezza, essendo anch’esso marginalizzato dalla società. Uno dei migliori film contemporanei sulla disforia di genere.
Per raccontare una mostruosità che non risiede in chi cambia forma, ma nell’intolleranza di chi rifiuta di accettarlo.
