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Diaz – Don’t clean up this blood

“La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale” è questa la tagline di Diaz – Don’t clean up this blood, film di Daniele Vicari del 2012. La frase è tratta dal rapporto che Amnesty International fece a proposito dei fatti del G8 di Genova del 2001, principalmente in riferimento al blitz della Polizia nella scuola Armando Diaz, media center del Genoa Social Forum e luogo di accampamento di molti dimostranti no-global e anarchici, che produsse 91 fermati dalle forze dell’ordine con accuse debolissime e 61 feriti, di cui tre in prognosi riservata e uno in coma, avvenuto la sera del 21 luglio. Un’operazione folle, dettata per lo più dalla voglia di rivalsa della Polizia a seguito degli scontri dei giorni precedenti (in uno dei quali perse la vita il manifestante Carlo Giuliani). Una storia ignobile, su cui non si sono mai sciolti tutti i dubbi e che non ha visto punizioni adeguate per i responsabili, che ha fatto, giustamente, il giro del mondo.

Diaz – Don’t clean up this blood

La pellicola di Vicari si configura come il perfetto prodotto intermedio tra la cronaca della verità storica che ha ispirato il film e la fiction. La vicenda del G8 e della Diaz ci viene presentata attraverso diversi personaggi, ispirati ai veri attori di quell’episodio ma con nomi diversi e sviluppi non esattamente identici a quelli realmente accaduti. Che poi, di fronte a una strage che, a distanza di quasi vent’anni, lascia ancora molti interrogativi irrisolti, romanzare finisce per diventare raccontare autenticamente ciò che si presuppone sia accaduto. Quindi, in narrazioni come quella di Diaz – Don’t clean up this blood, il mix tra cronaca e fiction diventa la forma di racconto più efficace, perché se prevalesse la prima si sconfinerebbe verso il documentario, se invece ad avere la meglio fosse la seconda, allora si otterrebbe l’effetto contrario (e nefasto) di rendere inverosimile il vero. Quello che accadde nella scuola in quella maledetta notte va saputo e non va dimenticato, e di fronte alla carenza di dati certi si deve ricorrere alla finzione cinematografica per poter risolvere il problema. Questa è, da sempre, la forza del cinema, quella che non lo fa mai passare di moda rispetto agli altri media, più comodi e alla portata degli utenti.

Diaz – Don’t clean up this blood

L’architettura narrativa del film procede attraverso un giustificatissimo e necessario manicheismo tra buoni e cattivi. Da una parte ci sono le vittime, cioè tutti coloro che la notte del 21 luglio del 2001 hanno deciso, volontariamente o facendo di necessità virtù, di dormire nella scuola Armando Diaz di Genova. Una folla composta per lo più da giovani dimostranti, ma nella quale c’erano anche alcuni “infiltrati”, come il vecchio aderente a Rifondazione Comunista (Renato Scarpa), il giornalista della Gazzetta di Bologna Luca Gualtieri (Elio Germano) e un businessman completamente estraneo alla questione del G8, lì soltanto per non aver trovato un posto in hotel. Le dinamiche dei dimostranti, tutti pacifici, contrariamente alle motivazioni della Polizia, che bollarono frettolosamente la Diaz come covo dei black block, sono sviluppate principalmente attraverso i personaggi di Marco (Davide Iacopini) e Franci (Camilla Semino Favro), due membri del Genoa Social Forum, molto attivi nei giorni successivi all’omicidio di Carlo Giuliani nel tentare di rintracciare i dispersi in seguito alle cariche della Polizia, e quello di Alma, attivista tedesca giunta a Genova insieme ad un’amica. Dalla parte opposta della barricata ci sono i carnefici, i poliziotti. Di loro, soltanto uno appare dotato di umanità, ed è Max Flamini (Claudio Santamaria), capo del VII nucleo sperimentale, giunto, assieme ad altri reparti, direttamente da Roma per il G8. Tutti gli altri si dimostrano bestie violentissime e spietate, incapaci di arretrare anche di fronte alla barbarie. Sono uomini che danno manganellate a chiunque, a prescindere che si alzino le mani o che ci si dichiari giornalisti. Giustificano il loro comportamento, disonorevole per la divisa, oltre che inumano, con pretestuosi attacchi da parte della parte lesa, facendosi tagli sulla divisa, o semplicemente tacendo la loro condotta. La loro crudeltà, oltre che nella scuola, si manifesta in modo impressionante anche nei giorni successivi, con i feriti, interrogati nel carcere di Bolzaneto, trasformato, per l’occasione, in un vero e proprio lager.

Come già anticipato i personaggi del film si ispirano alle persone realmente coinvolte nell’accaduto, con piccoli cambiamenti di nomi o informazioni ( un esempio sui tutti, il giornalista della fittizia Gazzetta di Bologna, che nella realtà scriveva per Il Resto del Carlino).

Diaz – Don’t clean up this blood

Molti critici e spettatori hanno pesantemente criticato l’altissimo tasso di violenza espresso senza alcun tipo di censura dal regista. Diaz- Don’t clean up this blood è certamente un film onesto, ai limiti dell’insopportabile, in virtù del fatto che quasi tutte le azioni violente compiute dalla Polizia sono di fatto ingiustificate. Ma questa è la vera forza del film, quella che lo rende un prodotto estremamente coerente a livello ideologico. Lo stesso Vicari ha affermato come sia stata una precisa volontà della produzione quella di cercare di realizzare un’autentica macchina spettacolare di stampo americano, un film che creasse un interessante cortocircuito tra l’orrore e la fascinazione nei confronti di quello che si vede. Siamo tutti, chi più chi meno, attratti dalla violenza, e al cinema essa è un elemento estremamente sfruttato per attirare in sala il maggior numero di persone possibile. Di fronte a scene di barbarie realmente accadute, però, subentra anche l’elemento del rimorso e della costernazione per quanto è accaduto, e in molti finiscono per abbassare la soglia dell’inaccettabile. Certe tragedie non possono essere rappresentate. Ma se Vicari avesse ascoltato questa opinione pubblica avrebbe compiuto un atto di disonestà intellettuale enorme. Insomma, la complessità e l’assurdità violenta che ha caratterizzato i fatti del G8 del 2001, e che è stato uno dei freni che ha impedito ad una storia così cinematografica di raggiungere lo schermo per ben dieci anni, diventano principi cardine su cui si innesta la storia raccontata dal regista. Non ci possono essere filtri, non si può non prendere una posizione o dibattere sull’orrore. Esso va semplicemente trattato come merita: è una verità storica, vergognosa ma innegabile, e come tale va rappresentato. L’impianto americaneggiante del film lo si percepisce anche sotto l’aspetto stilistico. Diaz – Don’t clean up this blood, ricorda in molte scene un film come Detroit, e non solo per la vicenda di barbarie della Polizia ai danni di innocenti. La fotografia che mantiene quasi sempre in piena luce le sevizie dei celerini, il montaggio forsennato, la macchina da presa che segue ed inquadra da vicino la violenza, sono tutte scelte inconsuete per il cinema nostrano, estremamente vicine a quelle attuate da Kathryn Bigelow nel suo ultimo film.

Diaz – Don’t clean up this blood

Ma definire Diaz- Don’t clean up this blood un film semplicemente cultore di una violenza fine a se stessa non sarebbe giusto. È anche una riflessione globale sulla società odierna, in particolare quella italiana. In questo senso spicca per arguzia l’espediente inaugurale della pellicola e ricorrente della bottiglia di vetro che va in frantumi. Un’immagine lasciata senza una vera spiegazione per buona parte del film, ma che si capirà contenere tutta la nevrosi che ha indotto i vertici della sicurezza del G8 ad autorizzare il famigerato blitz del 21 luglio. Quella bottiglietta lanciata contro un convoglio blindato della Polizia, tra l’altro passato di fronte alla Diaz con il solo scopo di provocare, è di fatto l’unico gesto di vera violenza compiuto dai frequentatori della scuola. Chi era nella Diaz non c’entrava nulla con le frange più estreme dei dimostranti resesi protagoniste nei giorni precedenti. I veri responsabili degli scontri non c’erano più e la Polizia, per una questione di orgoglio e vendetta, ha deciso di sfogarsi su un gruppo di innocenti, rei soltanto di aver “attaccato” un convoglio. È stata una scelta, non un’operazione in qualche modo dovuta. La costruzione delle prove false, gli interrogatori a tappeto a gente che non poteva sapere niente sui black block, i trattamenti inumani ai danni di innocenti, sono tutte prove della malizia malcelata dai vertici della sicurezza in quell’occasioni, mai nascosti ma anzi affermati con forza nel film di Vicari.

Quella di Diaz – Don’t clean up this blood, è una riflessione sul mondo, che parte dal particolare (la bottiglietta) per abbracciare l’universale (il lato oscuro di ogni democrazia, che sfocia quando il fragile equilibrio che regola il mondo viene leggermente sbilanciato). Il film di Vicari è un importante strumento di memoria e di chiarificazione su ciò che è stato. Una vergogna troppo spesso tenuta nascosta e sfumata che dovrebbe essere chiara a tutti.

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Il racconto privo di filtri e di edulcorazioni di una delle vicende più vergognose della storia del nostro paese. Un film che fa pensare e che colpisce lo spettatore nel vivo. Per stomaci forti e spettatori disposti a ragionare.
Giacomo Giraudo
Studente DAMS a Torino, aspirante giornalista/critico cinematografico, cinefilo incallito. Sono un adepto del precetto di Almodovar secondo cui il cinema è un’educazione alternativa ma non meno efficace della scuola! Drogato di Chaplin, Tarantino e Allen, stregato da Keira Knightley, Natalie Portman e Julianne Moore, posso dirmi tutto sommato onnivoro in fatto di gusti cinematografici.

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