Dark e lo specchio della serialità contemporanea

Rispetto ai primi studi sul tema, la serialità ha oggi un discreto credito all’interno della critica cinematografica e televisiva. Se guardiamo a prima di Dark, merito di questo cambiamento è senz’altro il susseguirsi di prodotti seriali di indubbia qualità che nel corso degli anni hanno attraversato gli schermi. Prodotti come Twin Peaks, Friends, How I met your mother, Breaking Bad e più recentemente Game of Thrones, hanno contribuito a rendere la serialità oggetto meritevole di studio e attenzione critica.

Ormai da diversi anni ci si è resi conto che il luogo prediletto della serialità non è più la televisione tradizionale, bensì le piattaforme over the top, i servizi come Netflix, HBO Max, Amazon Prime Video e Apple TV+.

Dark
Breaking Bad (2008-2013), vincitrice di sedici Emmy Award, una delle serie più amate e premiate di sempre

È in questo contesto che nel 2017 ha visto la luce Dark, serie televisiva tedesca ideata da Baran bo Odar e Jantje Friese e diretta interamente da Baran bo Odar. La prima stagione, composta di dieci puntate, è proseguita con altre due stagioni di otto puntate l’una, per un totale di ventisei capitoli strettamente connessi l’uno all’altro. Infatti, nonostante le differenze estetiche e tematiche tra le tre stagioni, Dark presenta un’unica lunga storia, tale che solo vedendo l’opera nella sua interezza si può comprendere il senso di quanto messo in scena.

Dark già dal suo esordio unisce insieme modelli e suggestioni molto diverse tra loro: da un lato il thriller, con rimandi abbastanza evidenti in primis a Twin Peaks, ma anche con echi da alcuni film di David Fincher. In molti hanno letto anche dei rimandi a Stranger Things e al cinema di Steven Spielberg: indubbiamente ci sono suggestioni da questi modelli, ma Dark se ne distacca presto.

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Dall’altra Dark si rifà a quel sottogenere della fantascienza legato alla manipolazione del tempo, che vede il suo esempio emblema in Ritorno al futuro. Si tratta di un tipo di narrazione che continua sempre ad appassionare il pubblico: si pensi che tra il 2019 e il 2020 sia la Marvel con Avengers Endgame, sia Christopher Nolan con Tenet ci hanno proposto un ulteriore sguardo su quello che è il viaggio e la manipolazione del tempo.

Tanto si è detto della complessità narrativa di Dark, con le sue numerosissime sottotrame e i suoi continui paradossi. Per quello che voleva raccontare, però, Dark non poteva essere nient’altro. Dark è in definitiva una serie sul libero arbitrio, in tutte le sue forme. Non è un caso che per tutta la serie venga citato di continuo Matrix, una delle opere cinematografiche che meglio di altre hanno saputo riflettere sulla lotta per la libertà individuale. Tutti i personaggi in Dark sono imprigionati in una condizione da cui non riescono ad uscire e solo alla fine, negli ultimi minuti dell’ultima puntata, ognuno di loro si ritroverà a vivere la vita che ha scelto.

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Non è casuale che una delle immagini che più ricorrono nella serie sia quella del bosco, luogo che già a partire dalle fiabe della tradizione popolare si associa all’imprigionamento, all’impossibilità di ritrovare la strada. Il bosco è un labirinto e come tale è stato raccontato molte volte anche al cinema: si pensi solo ad un film innovativo come The Blair Witch Project, che si fonda interamente su questa lettura del bosco.

Questa condizione di prigionia trova massima espressione proprio nella forma seriale che Dark adotta. Con questo suo ripetersi di continuo, Dark è una serie che riflette in prima persona proprio sulla serialità. Se come diceva Umberto Eco, la serie è il ritorno dell’identico mascherato da novità superficiali, Dark è a tutti gli effetti una metafora dei meccanismi di questo tipo di narrazione. Noi vediamo le stesse scene ripetersi, le stesse situazioni ritornare più e più volte. Le prime puntate della terza stagione sono addirittura una riproposizione, con lievi variazioni, di quanto accaduto nella prima stagione.

E questo ripetersi delle medesime dinamiche è ciò che sta alla base di Dark, il suo cuore senza il quale non potrebbe esistere. Per questo Dark non potrebbe darsi se non come serie. Dark in forma di film (o di trilogia cinematografica) non potrebbe esistere, perché è il proprio il ripetersi una puntata dopo l’altra delle stesse scene, degli stessi meccanismi e addirittura delle stesse battute, il senso di Dark. È la serialità stessa che diventa una prigione in Dark, un’oppressione che soffoca tutti i personaggi e lo spettatore stesso.

La serialità contemporanea ci racconta spesso la lotta per l’autodeterminazione, talvolta chiamando in causa il fantastico, altre volte adottando un registro più realistico e vicino ai temi sociali. Dark si inserisce in questa riflessione e lo fa utilizzando nel modo più efficace gli strumenti del suo linguaggio.

Lorenzo Sascor
Lorenzo Sascor
Laureato in DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. In particolare, amo studiare i rapporti tra il cinema e i cambiamenti sociali e tra il cinema e i nuovi media.

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