In attesa della seconda stagione di Daredevil: Rinascita, in arrivo il prossimo 25 marzo su Disney Plus, approfondiamo il primo lungometraggio dedicato al personaggio cieco dei fumetti Marvel. Daredevil è un film prodotto dalla Regency Enterprises e distruibuito da 20th Century Fox. Vede come protagonisti Ben Affleck, nel ruolo di Matt Murdock, e Jennifer Garner nel ruolo di Elektra.
Il film debuttò nei cinema nel 2003, in un periodo di riscoperta del prodotto supereroistico: X-Men aprì la strada per una nuova versione del cinecomic, più adulta e in grado di affrontare tematiche complesse come la discriminazione. Mark Steven Johnson, regista della pellicola, si è ispirato proprio a questo cinecomic e a film come Il Corvo e Blade.
Nel film sono presenti anche Colin Farrell, nel ruolo di Bullseye, e Michael Clark Duncan come Kingpin.

Daredevil – Trama
Matt Murdock è un avvocato di giorno e un giustiziere mascherato di notte. Daredevil è il suo alter ego, pronto ad intervenire qualora la giustizia in aula fallisca. Diventa un vigilante per provvedere ad una promessa fatta a suo padre, ucciso quando Matt era solo un ragazzino. Matt è un uomo tormentato che non riesce a sviluppare relazioni stabili al di fuori dell’amicizia che lo lega a Foggy Nelson (Jon Favreau), con il quale ha uno studio legale.
La città è gestita, nell’ombra, da un potente uomo d’affari di nome Wilson Fisk. Uno degli scagnozzi che lavora per lui si chiama Bullseye: un uomo disturbato in grado di trasformare qualsiasi oggetto in un arma, dotato di grandissima precisione nel tiro a bersaglio.
La vita di Matt cambia quando conosce Elektra, una ragazza che ben presto si scopre essere un’abile combattente. I due si innamorano presto. Il padre di Elektra è un ricco miliardario, implicato nei loschi affari di Fisk.
Murdock dovrà convivere con la sua doppia vita, riuscendo a mantenere al sicuro le persone che ama.

Daredevil – Recensione
Daredevil è un film che risulta superficiale e incoerente. La maggior parte delle colpe riguardano la sceneggiatura, inadeguata sotto diversi punti di vista. Questo film sembra essere decisamente troppo corto rispetto alla necessità di dare più spessore psicologico ai personaggi e di creare maggiore relazione tra di essi.
Lo stile del film risulta spesso non allineato rispetto alla drammaticità delle vicende raccontate. Mark Steven Johnson confeziona un film confuso negli intenti.
La sua è una regia poco chiara, con scene d’azione stilizzate e spesso confuse. Si utilizza una fotografia cupa e un uso di tagli rapidi e inquadrature strette. Spesso ci sono anche tagli di montaggio che rendono le scene action frammentate, poco fluide e di conseguenza poco chiare. L’uso dei rallenty serve ad aumentare la spettacolarità delle scene ma il resto rende il tutto poco convincente.
Le interpretazioni dei due protagonisti rappresentano la componente migliore del film. Ben Affleck e Jennifer Garner dimostrano grande alchimia, rendendo interessanti scene alla base poco credibili. Hanno meno spazio Colin Farrell e Michael Clark Duncan. Farrell non risulta particolarmente espressivo, avendo tra le mani un personaggio poco caratterizzato, una sorta di macchietta. Il Kingpin di Duncan è un personaggio visivamente forte ma di poco spessore. Duncan contribuisce con un’interpretazione basica ma visivamente d’impatto.

Una sceneggiatura troppo superficiale
Daredevil ha una sceneggiatura rapida, ingenua e superficiale. In primo luogo, emerge come di fatto non abbia una struttura centrale. Ha un’introduzione, ha un finale, mentre lo svolgimento risulta poco strutturato e comprensibile. Il conflitto tra i protagonisti del film e Bullseye è forzato e per nulla costruito, basato su premesse altrettanto forzate. Mancano dei dialoghi che leghino i personaggi per davvero: Kingpin e Daredevil non si parlano praticamente mai nel film, il loro scontro non è percepibile.
Venendo alla costruzione dei personaggi, l’unico che ha una reale caratterizzazione è Matt. Si tratta di un uomo tormentato da un trauma giovanile che vuole giustizia, incapace di sviluppare relazioni per via della sua doppia identità. Come premessa non è male ma non c’è un reale approfondimento.
Il dialogo con il prete sulla differenza tra giustizia e vendetta è interessante ma non ha una prosecuzione. La paura di essere percepito come il cattivo, quando in realtà non lo è, resta tale e non viene sviluppata. Alla fine del film il personaggio dice di ”essere stato salvato da Elektra” e dai sentimenti che ha provato per lei. Non comprendiamo però a cosa si riferisca in particolare: il personaggio non ha uno sviluppo psicologico effettivo nel corso della pellicola.
Per il resto, Elektra è più che altro una donna da salvare, solo apparentemente caratterizzata come autonoma. Bullseye e Kingpin sono macchiettistici, privi di profondità: sembra che abbiano aperto pagine a caso dei fumetti e le abbiano trasposte come tali. Proprio per questo il film soffre di un’ingenuità stilistica tipica dei cinecomic dell’epoca.

L’incoerenza stilistica della pellicola
Un’altra grande perplessità del film riguarda lo stile, poco chiaro e mutevole. Da una parte, questo film vuole essere serio, crudo e realistico. Si ricercano ambientazioni degradate, una violenza marcata, una volontà di raccontare vicende drammatiche, traumi infantili, conflitti interiori e ideologici. La pellicola ha per lo più un tono cupo e dialoghi seri. Le vicende sono fondamentalmente tristi: il finale non è a lieto fine. La fotografia è fredda.
Dall’altra, Mark Steven Johnson (Champagne Problems, Love Guaranteed) ricerca lo spettacolo: confeziona scene poco realistiche in cui la musica è protagonista, le coreografie dei combattimenti sono stilizzate e la CGI è artificiosa.
Ci sono poi scene romantiche che sembrano prese da un film comico e un tono romance a tratti da teen movie.
Tra le scene più fuoriluogo, a livello stilistico, c’è il primo incontro tra Matt e Elektra, con una scena che sembra venir fuori da American Pie e una regia che si immobilizza sulla bellezza della Garner.
La sequenza successiva, quella del parco giochi, risulta simpatica e spezza la cupezza costante delle scene precedenti. Allo stesso tempo, è molto surreale e risulta poco in linea con quello che viene prima e quello che verrà dopo. Questo è il classico esempio di scena da videoclip, in cui la colonna sonora è protagonista e struttura le azioni dei protagonisti, intenti a eseguire un combattimento che sembra più una danza.
Molto più convincenti le scene con gli Evanescence in sottofondo: My Immortal al funerale aumenta la drammaticità della scena. Bring me to life aumenta l’attesa di uno scontro che lo spettatore spera non arrivi mai.

Le scene poco realistiche di Daredevil
La componente poco realistica caratterizza diverse scene di Daredevil: il combattimento contro i bulli nel flashback, i movimenti poco naturali di Daredevil, le scene di preparazione che sembrano prese da un Batman di Schumacher. Questi elementi fanno perdere maturità stilistica al film, che risulta incoerente, perdendo efficacia narrativa.
Le scene action sono caratterizzate spesso da una colonna sonora rock che fa diminuire la tensione emotiva degli eventi e aumenta la percezione di artificiosità: è, anche qui, come se le azioni dei personaggi fossero subordinate al ritmo della canzone. É una scelta stilistica figlia dei tempi che non sempre risulta adeguata.

Conclusioni
Daredevil è un film con grandi problemi in fase di sceneggiatura che penalizzano un comparto tecnico che non è comunque all’altezza. La regia è spesso poco chiara e la scena registicamente migliore è quella del bacio tra Matt e Elektra sul tetto. Lo stile del film è poco maturo, con scene artificiose, innaturali che sviliscono il prodotto finale.
Le interpretazioni della coppia rappresentano la parte migliore e più interessante.
