NetflixCent'anni di solitudine: addio a Macondo con l'ultima puntata

Cent’anni di solitudine: addio a Macondo con l’ultima puntata

Addio a Macondo e a tutti gli Aureliani. La seconda stagione di Cent’anni di solitudine (QUI la recensione delle prime sette puntate) si chiude con l’ultimo e ottavo episodio su Netflix.

Il finale  si trova ad affrontare la sfida più ardua. Mettere in scena la profezia che si avvera, la chiusura del cerchio temporale e il dissolvimento di un mondo. Macondo, da paradiso perduto ed edenico di terra battuta e scimmie silenziose, diventata un luogo spettrale. Distrutta dalla pioggia che dura quattro anni, undici mesi e due giorni e poi divorata dalla ruggine del progresso mancato. La regia dell’episodio conclusivo lavora chirurgicamente sulle stratificazioni del tempo. La fotografia sceglie una palette viscosa, dove la luce sembra fatica a penetrare la polvere delle case in rovina.

Cent'anni di solitudine

Il compimento del destino

Al centro dell’episodio c’è la consumazione della passione tra Aureliano Babilonia e Amaranta Úrsula. È un amore disperato, viscerale, quasi animalesco, condotto nell’inconsapevolezza dell’incesto che incombe su di loro come una scure antica. La serie gestisce questa sequenza con una maestria rara. La camera da presa non indugia sul semplice sensazionalismo, ma scava nella solitudine a due di questi ultimi discendenti. C’è una sensualità malinconica e soffocante nelle scene della casa incustodita, dove la vegetazione e le formiche rosse hanno già iniziato a rivendicare i loro spazi.
La nascita del figlio – l’ultimo della stirpe, nato con la coda di maiale predetta da Úrsula Iguarán generazioni prima – viene mostrata senza sconti, ma inserita in una cornice mitologica. È il momento in cui il simbolo letterario si fa carne visiva. La tragica morte per emorragia di Amaranta Úrsula taglia l’ultimo legame di Aureliano con la speranza, catapultandolo nella disperazione cieca che precede la rivelazione finale.

Il segreto delle pergamene viene svelato

Il cuore pulsante dell’episodio, e il motivo per cui questa recensione non può che essere un plauso al coraggio registico, risiede nella scena della lettura delle pergamene di Melquíades. Aureliano Babilonia, vagando ubriaco e spezzato dal dolore dopo aver trovato il neonato divorato dalle formiche rosse si siede infine nello scrittoio del vecchio gitano. Si tratta di un’immagine di una violenza poetica e terribile, resa con un rispetto quasi sacrale per il testo originale.

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In questo momento la regia abbandona ogni linearità ed esplode in una montaggio alternato da capolavoro. Mentre le dita di Aureliano scorrono sui caratteri sanscriti decifrati, la voce narrante – che ha accompagnato la serie con un timbro profondo e nostalgico – si fonde con la voce dello stesso Aureliano. La rivelazione che «la prima della stirpe è legata a un albero e l’ultimo se lo stanno mangiando le formiche» risuona nell’aria come una sentenza cosmica.

Mentre Aureliano legge, la serie ci regala una spaventosa sequenza di montaggio che ripercorre l’intera saga dei Buendía. Vediamo di nuovo José Arcadio Buendía che cerca il mare, il colonnello Aureliano Buendía che fabbrica i suoi pesciolini d’oro, i trentadue massacri, le piogge di fiori gialli e la salita al cielo di Remedios la bella. Non si tratta di un banale “riassunto dei puntate precedenti”, ma della resa visiva dell’idea che per i Buendía il tempo non è mai stato una linea retta, ma una ruota che gira su se stessa. Tutto era già scritto «dal principio dei secoli fino alla fine».

Cent'anni di solitudine

L’uragano biblico e l’oblio

La sequenza finale della distruzione di Macondo è un trionfo di effetti visivi messi completamente al servizio del senso dell’opera. L’uragano apocalittico non è un semplice fenomeno meteorologico da disaster-movie. Il vento della storia e dell’oblio spazza via la memoria di un popolo che non ha saputo spezzare la catena della propria solitudine.

Le pareti della casa di casa Buendía si sgretolano. I mobili svaniscono nella polvere, i ricordi si disperdono nel vortice mentre Aureliano legge la pagina, consapevole che non uscirà mai più da quella stanza. La simultaneità dell’atto di leggere e del compiersi del destino viene resa a livello di regia con uno zoom vertiginoso che sembra inghiottire lo spettatore all’interno della pergamena stessa.

Macondo viene rasa al suolo, sradicata dalla memoria degli uomini, “perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”. La chiusura a nero non è brusca, ma accompagnata da un silenzio innaturale, rotto solo dal soffio di un vento che sembra provenire direttamente dallo schermo.

Le interpretazioni di Cent’anni di solitudine sono sempre eccellenti

Una nota di merito assoluta va all’interprete di Aureliano Babilonia, alias Sebastián Osorio, capace di condensare nei suoi occhi tutta la follia, la sete di conoscenza e la devastazione di una stirpe giunta al suo crepuscolo. La colonna sonora, fino a quel momento sobria ed etnica, si allarga nell’ultima mezz’ora in sonorità orchestrali rarefatte e dissonanti, che sottolineano il disfacimento del reale.

In conclusione

Il rischio principale di questo adattamento di Cent’anni di solitudine era quello di scivolare nell’illustrazione didascalica o, al contrario, di tradire la sostanza concettuale del libro di Márquez per inseguire la spettacolarizzazione moderna. L’ultima puntata dimostra che gli autori hanno compreso la lezione più profonda del testo. La solitudine dei Buendía non è solo l’assenza di amore, ma l’incapacità di uscire dai propri egoismi, dalle proprie ossessioni e dalle ripetizioni della storia.

Questo finale non è soltanto la conclusione ideale di una serie televisiva di altissimo livello. Si tratta di una lezione su come il grande cinema e la grande serialità possano ancora approcciarsi ai classici della letteratura mondiale senza sfigurarli. Un episodio memorabile, doloroso, visivamente ipnotico, che lascia lo spettatore esattamente come lo lasciava l’ultima pagina del romanzo: immobile, sopraffatto e meravigliato di fronte alla grandezza e alla fragilità dell’esistenza umana.

Cent'anni di solitudine

Cent’anni di solitudine – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un finale maestoso e devastante che trasforma la prosa immortale di Márquez in pura poesia visiva, regalando alla serialità contemporanea una chiusura di straordinaria potenza emotiva.
Arianna Dell'Orso
Arianna Dell'Orso
Vivo sul mondo reale unicamente con il corpo, ma la mia mente viaggia a Westeros, nella Londra dei Peaky Blinders e fa affari loschi con Walter White. Il cinema di Hitchcock è il mio spirito guida

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