Recensioni FilmCamp Miasma - Adolescenza, sesso e morte - La recensione

Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte – La recensione

Camp Miasma – Adolescenza, sesso e morte (2026) è l’horror più discusso del momento. E non solo per la fiducia riposta dal pubblico nella regia surreale, allucinata e camp di Jane Schoenbrun, già dietro alla macchina da presa di successi quali I Saw the TV Glow e We’re All Going to the World’s Fair.

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Lo slasher, a metà tra il satirico e il citazionista, si propone infatti come una rivisitazione in chiave queer e meta-cinematografica del sottogenere horror che ha dato i natali a cult quali Venerdì 13 e Halloween. Ribaltandone i codici, e giocando in modo sottile con la struttura del racconto.

Camp Miasma

Camp Miasma – La trama

Camp Miasma è un’iconica ma decaduta saga cinematografica slasher anni ’80. Al centro del franchise c’è la figura di Little Death, killer che riemerge dalle acque di un lago per massacrare gli avventori dell’omonimo campo estivo.

Kris Williams (Hannah Einbinder), una regista indie con un’ossessione per la saga fin da bambina, è ingaggiata da Hollywood per dirigere il reboot della saga. Ella si reca dunque nel campeggio abbandonato del primo film, dove vive un’isolata Billy Presley (Gillian Anderson), attrice ormai ritirata che interpretava la final girl.

Nel tentativo di convincere Billy a tornare sul set come protagonista, la giovane regista si ritrova dunque immersa nell’atmosfera sinistra del vecchio campeggio, mentre il confine tra la realtà della produzione cinematografica e la finzione horror dello slasher comincerà pericolosamente a dissolversi.

Camp Miasma – La recensione

Non è facile analizzare un film complesso e stratificato come Camp Miasma, per vari motivi. L’opera si presenta infatti come un tentativo di sovvertire codici e linguaggi dei film slasher, ribaltando la costruzione di dinamiche e scene, sullo sfondo di un alternarsi tra digitale e sapiente utilizzo dell’effetto granuloso e analogico della pellicola. Questa impostazione non si legge soltanto nella volontà di Schoenbrun di introdurre temi atipici per il genere all’interno della narrazione (il lesbismo e le teorie sul genere, la critica all’industria cinematografica e all’ageismo), ma anche nella presentazione della storia stessa.

Il racconto infatti non si può suddividere nei classici tre atti, non segue una logica intuitiva. Si tratta di un’opera scandita dal ritmo delle sensazioni e della presa di consapevolezza della protagonista, nel suo percorso da “ragazza che si identifica come lesbica” a “ragazza che vive il suo essere lesbica e riesce ad accettarlo”. Camp Miasma è dunque uno slasher riattualizzato, paradossale, nel quale la morte dei personaggi principali viene vista positivamente e persino il killer è più atteso che temuto. E dove la final girl, felice della sua fuga, finisce così per auto-eliminare il suo ruolo stereotipato e risignificarlo. Nel finale (SPOILER) Kris decide infatti di rimanere al campo con Billy, e la sua espressione è gioiosa. Ella rinasce così da un’opera che (secondo le logiche di trama) dovrebbe estinguerla, capovolgendo la classica costruzione dello slasher.

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Certo, il film non è esente da difetti. A volte la resa del messaggio è un po’ troppo didascalica, così come si avverte una necessità artistica di voler parlare di tante tematiche senza però mantenere per tutto il film la stessa coesione e organicità (la parte centrale rallenta sicuramente il ritmo). Nonostante la ripetizione di alcune dinamiche, però, il film intrattiene comunque per tutte le quasi due ore di durata.

Camp Miasma

Quel cinema che produce lo spettatore

Il consumatore produce il prodotto o è il prodotto che plasma lo spettatore? Un discorso già avviato con i film precedenti di Schoenbrun, che qui prosegue grazie alla cornice meta-cinematografica che contraddistingue tutto il film. Little Death, infatti, è un killer poco caratterizzato nel film originale, una figura non binaria che viene uccisa dalla transfobia dei compagni di campeggio. Agli occhi di Kris questo riacquista però una sua identità e può così riappropriarsi del suo racconto, senza che questo rimanga una leggenda da falò. Lo stesso vale per Billy, che se nella saga interpretava una ragazzina senza troppo spazio per un approfondimento psicologico. In età adulta, ella può invece raccontarsi, fondendo le sue vicissitudini con le esperienze traumatiche dell’alter ego filmico.

Camp Miasma vuole quindi ridare spazio al margine, rispolverando le figure sullo sfondo per passare loro il microfono. Schoenbrun effettua un omaggio nei confronti di tutti quei film anacronistici, problematici o “invecchiati male” che, tramite lo sguardo di uno spettatore alla ricerca della propria identità, possono assumere significati e letture originali non previste da chi li aveva ideati in primis (come già dimostrato in I Saw the TV Glow). E così Kris, che prova terrore per la propria sessualità, in un film di serie B ha trovato fin da bambina uno spazio di conforto, attribuendo a questo il suo risveglio sessuale.

Il sesso diventa così esso stesso narrazione, della propria storia e delle proprie necessità. E il cinema un mezzo per manifestarlo e dargli una forma. Secondo una modalità propria dell’arte che prevede che, a ogni nuova visione, il mezzo comunichi allo spettatore nuovi significati secondo l’età e il tempo della visione stessa. Venendo determinato da un setting della fruizione che influenza il fruitore stesso nell’arco della sua vita e attribuisce a questa una semantica specifica.

Camp Miasma

Carne oltre lo schermo: la critica alla queerness istituzionalizzata

Il parallelismo tra appetiti sessuali e carnali è evidente, ed è messo in mostra da frequenti sequenze dedicate al cibo e all’atto di consumarlo. Vedasi il pollo fritto intinto nella sala, o l’ossessione di Kris per le caramelle gommose e gli snack dolci. Gli alimenti invadono la scena, costituiscono veri e propri talami sui quali poter consumare il proprio desiderio, e il modo in cui vengono maneggiati e guardati connota le scene di viva matericità e sensualità.

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L’orgasmo rappresentato da Little Death è dunque il riflesso di un’agognata riappacificazione coi propri sensi e col proprio corpo da parte di Kris. Di un’omosessualità che si traduce in una riscoperta di “carne e fluidi” (come spiegato da Billy), e non in un’ossesiva ricerca di un sottotesto intellettualistico che la inquadri e categorizzi. Schoenbrun critica infatti spesso anche l’industria, mettendo in luce come film e serie tv rivolti a target LGBT vengano creati solamente per ampliare i consensi. Senza un reale tentativo di inclusione di prospettive diverse nel mondo del cinema, ma solo come un diversivo per vantarsi della propria lungimiranza e apertura. Durante la call con Kris si può notare infatti una queer assistant, ma nessuno ascolta davvero le sue idee. Il messaggio è chiaro: l’istituzionalizzazione della non-conformità da parte del conforme ne causa la vanificazione e la strumentalizzazione.

Camp Miasma è quindi anche un ritorno a una queerness vissuta, reale e quotidiana. Lontano dalla deformazione che i media propugnano, lontano dagli schermi e dalla contaminazione di uno sguardo tassonomico ed esterno.

Camp Miasma

Conclusioni

Camp Miasma non è un film così accessibile a un pubblico generalista. Soprattutto per chi non è pratico della cultura slasher, del camp e del simbolismo spinto, e questo può costituire un ostacolo oggettivo (e un limite della pellicola). Ha però dalla sua il fatto di aver messo in scena una relazione saffica tra una donna matura e una ragazza che sta scoprendo i limiti della propria sessualità, che si etichetta non per dichiararsi ma per ingabbiarsi ancora di più, in un esperimento fresco e originale che rimescola gli ingredienti della tradizione horror per aprire a nuove visioni. Un viaggio tra possibilità del liminale, dicotomia della confusione-fusione identitaria e medium televisivo, supportato da una fotografia e da rese visive degne di nota. Una su tutte, gli sfondi dipinti, fondali teatrali per eccellenza del soggetto meta-cinematografico.

Un’operazione che si può riassumere nel finale, nel quale (SPOILER) le protagoniste vagano insanguinate senza che il giudizio esterno (positivo o negativo) le influenzi. Perché questo è Camp Miasma, in fondo. Una riflessione sullo sguardo e sul suo potere, la speranza della possibilità di vivere la propria queerness senza che questa venga mediata o feticizzata. Dove la prospettiva di chi è coinvolto in prima persona è l’unica che conti davvero.

Il film è attualmente ancora in programmazione, distribuito in Italia da MUBI.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un film originale e sperimentale, che restituisce nuova linfa allo slasher analizzandolo da una prospettiva meta e queer. Da recuperare in sala.
Carlotta Pedercini
Carlotta Pedercini
Cresciuta tra film d'animazione, horror e drammi d'autore, per me una buona scrittura viene prima di tutto. Ho un debole per Jason Schwartzman e mi muovo tra Xavier Dolan, Alice Rohrwacher e Nanni Moretti: Megamind, però, rimane sempre la mia Bibbia.

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