Brazil è un film di Terry Gilliam del 1985, seconda opera della trilogia dell’immaginazione composta da I Banditi del tempo (1981) e Le avventure del Barone di Munchausen (1988). Candidato a due Oscar e vincitore di due BAFTA, Gilliam ha dovuto lottare affinché il suo film raggiungesse le sale. Difatti l’uscita del film è stata posticipata a causa dello scontro con gli Universal Studios, poiché considerata troppo lontana dal gusto pubblico. A distanza di 40 anni rimane un capolavoro in cui il regista è riuscito ad esternare la sua avversione per un sistema complesso e disumano.

Brazil – Trama
In un indefinito «da qualche parte nel XX secolo», Sam Lowry (Jonathan Pryce) è un anonimo impiegato del Ministero dell’Informazione. Pur apparentemente soddisfatto della sua posizione sociale, è tormentato da sogni ricorrenti nei quali, indossando un’armatura alata, salva una misteriosa ragazza bionda da mostruose creature. Però, la realtà in cui vive è un incubo a tutti gli effetti: violenza, maniacali regole burocratiche, tecnologia e culto dell’apparenza sono ordinarie e soffocanti. Quando, per errore, il Ministero arresta un umile calzolaio di nome Archibald Buttle, la vita di Sam prende una svolta inaspettata. Si imbatte in Jill (Kim Greist), la donna dei suoi sogni, che però è una ricercata, a causa di presunti rapporti con i movimenti terroristici. Sam innamorato e determinato a conquistarla, passa da semplice burocrate a sovvertitore del sistema.

Nel frattempo, il protagonista viene a contatto anche col vero ricercato, Tuttle (Robert De Niro), che lavora come tecnico libero-professionista, condizione illegale per la società. Ma in un sistema liberticida come quello di Brazil l’unica via di fuga rimane l’immaginazione. Sam lo mostra fin dall’inizio, quando alla domanda «Dov’è Lowry?» la narrazione si sposta subito nel suo mondo onirico. Realtà e fantasia si incontrano inaspettatamente, dando vita ad eventi travolgenti.
Brazil – Recensione
Sicuramente il titolo Brazil è piuttosto ambiguo per un film che di brasiliano ha poco e nulla, ma la scelta non fu casuale. Il titolo si riferisce alla canzone Aquarela do Brasil (1939) di Ary Barroso, musica che svolge un ruolo molto importante ai fini narrativi. Il motivetto è la colonna sonora del film e si ripete regolarmente in molte scene con diversi arrangiamenti ad opera del compositore Michael Kamen. Tutti la fischiettano, la si sente in radio, in ascensore e nel finale, dove enfatizza le sorti del nostro protagonista.
Nel suo film, Gilliam affronta umoristicamente tematiche piuttosto delicate. Fa una lucida e spietata analisi della modernità. La sua vena comica, raffinata con l’esperienza dei Monty Python è onnipresente. Mette in scena parodie di situazioni reali, affinché lo spettatore possa rendersi conto del peso che si dà a cose poco importanti. Gilliam partorisce un cinema con un particolare stile, un cinema che fa ridere, ma dà un senso di angoscia, epico ed ironico allo stesso tempo.

La storia si svolge nel periodo natalizio, un contesto che assume un significato simbolico: il Natale qui rappresenta il consumismo e la bontà di facciata. Questo emerge chiaramente nei regali inutili ricevuti dal protagonista e nella memorabile scena in cui una bambina chiede a Babbo Natale una carta di credito, sottolineando l’assurdità e il vuoto dei valori materiali.
All’interno di questo mondo, il sistema è rigidamente governato dalla burocrazia, che regola ogni aspetto della vita. Diventa un mezzo per giustificare il controllo, la violenza e l’inefficienza: le responsabilità vengono continuamente rinviate e chi dovrebbe agire viene deresponsabilizzato. Chi osa trasgredire il codice di procedure e di autorizzazioni viene immediatamente etichettato come un pericoloso terrorista, trasformandosi in nemico pubblico. Seguire il protocollo diventa l’unico mantra e ogni trasgressione viene punita senza pietà.
La disumanizzazione collettiva
Si assiste a bombardamenti che avvengono sotto gli occhi di tutti. Tale violenza ordinaria e programmata evidenzia la totale mancanza di empatia, soprattutto nella borghesia, concentrata sui propri interessi. Mentre il governo minimizza persino gli attacchi e gli attentati, liquidandoli come semplice “mancanza di sportività”. I personaggi rivelano spesso sfaccettature egoistiche e sociopatiche, incarnando un mondo in cui l’indifferenza e la superficialità dominano le relazioni umane.

Un altro tema cruciale del film è l’ossessione per l’apparenza e l’estetica. Iconica in questo senso è la scena dedicata ai trattamenti: Ida Lowry (Katherine Helmond), la madre del protagonista, si sottopone a continui interventi ringiovanenti. L’apparenza diventa così un’ossessione e la ricerca incessante di una bellezza irraggiungibile finisce per annullare l’ autenticità dell’individuo. In questo contesto surreale e satirico emerge la figura Michael Palin (il funzionario Jack Lint), la cui presenza aggiunge un tocco di ironia e grottesco. Con la consueta capacità di Palin di incarnare l’assurdo, amplifica le contraddizioni del mondo rappresentato, riflettendo la follia e la rigidità della società descritta.
La gabbia scenografica
Le ambientazioni naturalmente sono l’elemento che il regista sceglie per meglio completare il suo quadro grottesco. Le scenografie di Maggie Gray e Norman Garwood mettono in scena un mondo in cui dominano rigorose geometrie, ispirate all’espressionismo tedesco. Prevale il grigio ed il sole non si vede mai, eccetto per gli unici brevi momenti di felicità tra Sam e Jill e quelli in cui sogna. I grattacieli e i vari edifici contribuiscono a rendere questo mondo disumanizzato, ostruendo ogni possibilità di libertà individuale: nessun sentimento è più permesso e l’amore ha la stessa sconvolgente forza di un atto rivoluzionario.
Per quanto riguarda gli ambienti interni, questi si presentano claustrofobici: gli uffici del Ministero sono arredati unicamente da scrivanie ed oggetti tecnologici e sulle pareti sono affissi dei poster con slogan propagandistici. Ci sono tubi ingombranti che arredano molti spazi: sono l’appendice di questo regime totalitario.

Conclusioni
Sebbene Brazil non sia l’unica opera celebre di Terry Gilliam, è quella che esprime meglio il modus operandi del regista e quella attraverso cui è più semplice inquadrarlo. Spicca lo spirito ribelle e anticonvenzionale di Gilliam che può lasciare lo spettatore confuso e affascinato allo stesso tempo o persino turbato, ma sempre coinvolto. La contemporaneità del film si coglie dal primo momento ed è facilmente intuibile che la promozione e la diffusione nelle sale del film Brazil siano state difficoltose. Inoltre la breve presenza in sparute scene di un gigante del cinema come Robert de Niro rimarca l’anticonformismo di Terry Gilliam, che avrebbe potuto attrarre più semplicemente il pubblico sfruttando un artista come de Niro in qualità di protagonista.

La qualità che più si tende ad attribuire alle sue opere resta il grottesco. Ma Gilliam non si limita a questo aspetto, non mostra la verità come si è abituati a vederla: abbatte il muro della realtà collettiva sbilanciandosi nella rappresentazione e rovesciandone i canoni generali grazie ad una bizzarra e singolare messa in scena, e presenta un mondo attraverso uno specchio, spesso deformante, invitando il pubblico ad una riflessione.

