mercoledì, 21 Aprile, 2021
HomeCommediaBoris: il fenomeno di una serie cult

Boris: il fenomeno di una serie cult

Ormai è cosa nota che la quarta stagione di Boris, la serie televisiva ideata da Luca Manzi e divenuta un piccolo cult, si farà ed uscirà su Star, la nuova sezione di Disney Plus inaugurata a febbraio. È quindi il momento giusto per una breve retrospettiva (che inevitabilmente non potrà abbracciare tutti gli aspetti di quest’opera complessa) su quello che è diventato un vero e proprio fenomeno di culto tra gli appassionati.

Un gioiello di scrittura e recitazione

Boris: il fenomeno di una serie cult

Scritta da Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo, la serie (composta da tre stagioni) racconta le vicissitudini di una troupe televisiva alle prese con la realizzazione di una fiction di bassissimo livello. A guidare la ciurma c’è il regista René Ferretti, interpretato da Francesco Pannofino, a cui si deve il merito di aver dato corpo e voce ad un protagonista perfetto, un personaggio con cui lo spettatore può identificarsi ma di cui allo stesso tempo riconosce i (numerosi) difetti. Potremmo osare e dire che c’è un che di epico nel suo personaggio: fino all’ultimo lotta per cambiare le cose, vuole riuscire a fare una televisione di qualità, pur essendo il primo a riconoscere quanto i prodotti del suo lavoro siano spazzatura (la sua carriera è costellata di fiction ignobili), fino ad arrivare ad arrendersi ed accettare a malincuore quelle regole. L’ottima caratterizzazione del personaggio, con le sue sfuriate, il suo tipico modo di esprimersi, la sua determinazione e il suo amore per il pesciolino Boris (che lo accompagna e lo ispira nella regia della fiction) è da un lato merito della scrittura, dall’altra dell’ottimo lavoro svolto da Pannofino.

Il più grande punto di forza della serie sono infatti le interpretazioni. Sarebbe impossibile citare tutti gli attori, meglio limitarsi a dire che nessun personaggio è fuori posto, ogni interprete ha saputo caratterizzare la propria maschera al fine di renderla memorabile, sia per quanto riguarda i personaggi ricorrenti, che quelli apparsi saltuariamente (come il folle Mariano interpretato da Corrado Guzzanti o il pungente Glauco di Giorgio Tirabassi). Arriva così a crearsi un legame tra i personaggi e gli spettatori che vedono in loro caratteristiche ricorrenti di episodio in episodio, caratteristiche che vengono via via approfondite senza giungere però mai ad un’evoluzione, se non per pochi personaggi, come l’Alessandro di Alessandro Tiberi o la Arianna di Caterina Guzzanti. A dimostrazione dell’alto valore del cast, la maggior parte degli attori ha avuto la possibilità di dimostrare il proprio talento anche al di là di Boris; tra questi Paolo Calabresi, Pietro Sermonti e Valerio Aprea, tutti e tre entrati nel cast della trilogia di Smetto quando voglio. Nel corso delle tre stagioni di Boris anche altri attori e personaggi dello spettacolo (o addirittura ex calciatori) sono apparsi in piccoli ma indimenticabili camei, tra questi Paolo Sorrentino, il quale interpreta se stesso e che nel corso dell’episodio che lo vede coprotagonista viene scambiato di continuo e con effetti esilaranti per Matteo Garrone.

Uno specchio della società.

Boris: il fenomeno di una serie cult

Se quindi ad una prima lettura Boris parla del sistema televisivo italiano, ad un livello più profondo parla dell’Italia in generale, dei difetti e delle ombre di una società che con il passare degli anni non fa che contorcersi di continuo negli stessi vizi. A guidare le dinamiche produttive della fiction non sono esigenze creative, bensì obblighi politici, dettati spesso più dal bisogno di un’approvazione dall’alto che da necessità narrative. L’intero set potrebbe essere una metafora dell’intera società italiana, un microcosmo che come una sineddoche si fa bacino delle problematiche di un’intera nazione. Ci sono i raccomandati, che di anno in anno si tengono stretti il proprio posto non per merito, ma in virtù delle proprie conoscenze, perché contano sulla protezione di qualcuno di potente. E anche chi cerca di restar fuori da quel sistema, prima o poi è costretto ad entrarne a far parte.

Proprio come nella società in cui viviamo tutti i giorni, ci sono gli oppressi, che a loro volta finiscono per essere oppressori di chi sta sotto di loro. In Boris questa dinamica si instaura tra i tecnici delle luci e gli stagisti (gli “schiavi”): il personaggio di Biascica, interpretato da Paolo Calabresi, per tutta la serie se la prende con Lorenzo, lo stagista interpretato da Carlo De Ruggieri, lo insulta e lo minaccia, un’autentica forma di bullismo. Lo spettatore si diverte, ride di tutto ciò, ma se butta l’occhio oltre il velo dell’umorismo, scorge un mondo che purtroppo conosce bene. Boris racconta tutto questo con la chiave della commedia, processo che, come diceva Monicelli, è la natura stessa della commedia all’italiana.

Una crescita stilistica

Boris: il fenomeno di una serie cult

Sul piano strettamente stilistico, Boris ha conosciuto un’evoluzione dalla prima alla terza stagione. Pur senza vestirsi mai di una regia particolarmente virtuosistica o di alto spessore artistico, la serie si è fatta via via più complessa, con un approccio alla macchina da presa più maturo e dinamico. Questa evoluzione è andata di pari passo con un’evoluzione narrativa. Se si pensa che nella prima stagione, la trama orizzontale era praticamente assente, si resta colpiti nello scoprire che la seconda e la terza stagione hanno invece una storia che prosegue di episodio in episodio arrivando infine a comporre un grande mosaico narrativo. L’intreccio si fa più complesso fino alla terza stagione, sicuramente la più stratificata sul piano della scrittura (e addirittura condita di un pizzico di mistero).

Questa maturazione ha sicuramente aiutato a fare di Boris un prodotto popolare di così grande fortuna. La serie si è imposta così violentemente che a distanza di anni la passione per quest’opera non è ancora scemata. Anche chi non ne ha mai sentito parlare, è quasi sicuramente incappato in una citazione o un riferimento a Boris, soprattutto bazzicando i social network. Boris infatti è una serie che negli ultimi anni si è diffusa con grande facilità nella fitta rete dei social media, diventando sinonimo di un certo tipo di ironia e di pop culture. È un caso più unico che raro in Italia, accostabile forse solo al calderone di citazioni fornite dal repertorio di Aldo Giovanni e Giacomo – le quali a loro volta hanno saputo raggiungere anche chi non si è mai interessato al trio comico.

Cosa aspettarsi dalla quarta stagione

Film “Boris”

Successivamente alla serie è stato realizzato un film (Boris – Il film, 2011) che prosegue le avventure della troupe di Renè Ferretti su un set cinematografico. Da allora – dalla fine di Boris – sono passati dieci anni e molte cose sono cambiate per quanto riguarda il panorama audiovisivo. La futura quarta stagione non potrà non confrontarsi con questo cambiamento, tanto che è già stato accennato che la troupe di René Ferretti si troverà ad avere a che fare con i media digitali. Inevitabilmente ci sarà molto da dire e la speranza è che la serie saprà riflettere sulla nostra contemporaneità con la stessa ironia e lucidità di dieci anni fa.

C’è tuttavia un po’ di preoccupazione, perché dopo tanti anni non sarà facile riaprire quel mondo e riprendere in mano quei personaggi con la stessa spontaneità di allora. È probabile che ci troveremo difronte a un Boris diverso, con dei personaggi cambiati e un approccio all’opera profondamente mutato. Allo stesso tempo, oggi c’è “bisogno” più che mai del ritorno di Boris, per ritrovare sullo schermo uno specchio umoristico della nostra realtà, così da riderne con amarezza e – se possibile – rifletterci sopra.

Lorenzo Sascor
Studente di DAMS, amante del cinema in ogni sua forma, dai classici hollywoodiani al neorealismo, dalla Nouvelle vague ai blockbuster contemporanei. Oltre al cinema, amo da sempre leggere e scrivere, perché la vita senza arte è una vita a metà.

RIMANI CONNESSO

35,338FansLike
15,400FollowersFollow
2,301FollowersFollow

ULTIMI ARTICOLI