Gli Incredibili 10Aspettando Mammina – La Top 10 degli horror Blumhouse

Aspettando Mammina – La Top 10 degli horror Blumhouse

La Blumhouse è una casa di produzione e distribuzione cinematografica americana attiva dal 2000 e fondata da Jason Blum. Dopo un primo periodo di rodaggio, che culmina col successo di The Reader – A voce alta nel 2008, drammatica storia d’amore tra una ex-guardia delle SS (Kate Winslet) e un ragazzo tedesco (Ralph Fiennes), la Blumhouse passa all’horror con Paranormal Activity (2009). Il successo è tale che la casa di produzione finisce per identificarsi con questo genere. Costato 15mila dollari, il film di Oren Peli incassa 193,4 milioni nel mondo, indicando il modus operandi per i guadagni futuri: basso budget e alto tasso di spaventi.

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L’8 ottobre arriva al cinema Mammina di Rob Savage con Jessica Chastain e per prepararvi al meglio vi proponiamo la nostra top ten degli horror Blumhouse.

Top 10 horror Blumhouse

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10. Scappa – Get Out (2017) di Jordan Peele

Chris, un giovane fotografo afroamericano, fa visita alla tenuta dei genitori della sua ragazza bianca, Rose. Il ragazzo nota presto qualcosa di strano nei comportamenti della servitù nera della villa e avverte un che di inautentico nell’atteggiamento progressista di parenti e amici di famiglia di Rose. Cosa si nasconde dietro questo perbenismo di facciata?

L’esordio alla regia del comico Jordan Peele spiazza tutti configurandosi come un mix letale tra Indovina chi viene a cena? e La notte dei morti viventi. È subito un successo, tanto di critica quanto di pubblico: all’Oscar alla miglior sceneggiatura originale e al quarto posto nella classifica dei migliori film del 2017 redatta dai Cahiers du Cinéma si sommano i ben 255 milioni di dollari d’incasso (a fronte di un budget Blumhouse di soli 4,5). Forse la sua fama è superiore all’effettivo valore, ma la scena dell’ipnosi è entrata di diritto nell’immaginario collettivo. La carriera di Peele, poi, prenderà strade sempre più interessanti con Us e Nope.

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9. Oculus – Il riflesso del male (2013) di Mike Flanagan

Sono passati 10 anni dal misterioso omicidio dei genitori di Kaylie e Tim. Convinta che il responsabile della disgrazia sia un vecchio specchio maledetto, Kaylie decide di distruggerlo, filmandosi nella speranza di dare prova del suo potere paranormale. Si isola quindi, insieme a Tim, nella casa d’infanzia, ma i due rimangono presto preda di terribili allucinazioni.

Primo film della proficua collaborazione tra Mike Flanagan e la Blumhouse (seguiranno i discreti Hush – Il terrore del silenzio e Ouija – L’origine del male), è una dichiarazione d’intenti per tutta la carriera successiva del regista nato a Salem: un melodramma famigliare travestito da horror in cui il confronto tra generazioni può essere tanto spaventoso quanto catartico.

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8. Insidious (2010) di James Wan

Trasferiti in una nuova casa, i Lambert si accorgono di essere stati presi di mira dagli spiriti malvagi che infestano il luogo. Quando un demone si impossessa dell’anima di uno dei loro figli, con l’aiuto di una medium, i familiari dovranno essere pronti a tutto per salvarne l’anima.

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Diretto da una delle figure di riferimento dell’horror statunitense post-2000 Blumhouse e non, l’australiano di origini malesi James Wan, Insidious si ispira platealmente al Poltergeist di Tobe Hooper, ma si inventa la figura memorabile del Demone dalla faccia rossa, introdotto dalle note di Tiptoe Through the Tulips nell’inquietante versione di Tiny Tim (l’artista che nel ’96 morì d’infarto sul palco cantandola). Un horror in cui Wan si dimostra narratore sensibile e abile architetto del jumpscare, preparando il terreno, come vedremo, a un sorprendente secondo capitolo.

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7. Anarchia – La notte del giudizio (2014) di James DeMonaco

In un’America del futuro, il governo dei Nuovi Padri Fondatori legalizza ogni crimine, compreso l’omicidio, per 12 ore consecutive allo scopo di purificare la società e abbassare la criminalità. Nella notte dello “sfogo”, un sergente in cerca di vendetta per la morte del figlio si ritrova a proteggere un gruppo di civili indifesi. Insieme lottano disperatamente per sopravvivere fino all’alba tra strade piene di violenza e caos.

Sequel de La notte del giudizio, sempre diretto da James DeMonaco, è superiore al primo capitolo, con cui condivide solo lo spunto di partenza. Dall’home invasion si passa qui all’action notturno, tra le strade di un’America violenta che ricorda quella di 1997 – Fuga da New York di Carpenter. Una distopia dell’orrore che fonde con buon equilibrio adrenalina, suspense e critica sociale.

6. Obsession (2025) di Curry Barker

Il giovane Bear è incapace di dichiararsi davvero all’oggetto delle proprie brame, l’amica di una vita Nikki. Si rivolge quindi a un “Salice dei Desideri”, acquistato in un negozio di articoli esoterici. Spezzando il bastoncino, chiede che Nikki “lo ami più di chiunque altro al mondo”. Improvvisamente, la ragazza comincia a colmarlo di attenzioni fino a rivelarsi letteralmente pazza di lui.

Film rivelazione della scorsa stagione cinematografica, l’esordio al lungometraggio dello youtuber Curry Barker si fa apprezzare per le numerose “economiche” idee di messinscena. La più efficace? Evitare i jump scare (salvo una significativa eccezione) a favore di uno sfruttamento del longtake e dell’illuminazione: l’emergere della paura è tutto nei tagli di luce che adombrano il volto di Nikki. Qui trovate la recensione completa.

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5. Sinister (2012) di Scott Derrickson

Ellison Oswalt, giornalista di cronaca nera, sta preparando un libro che indaghi su un caso misterioso: la morte per impiccagione di quattro membri della famiglia Stevenson e la concomitante scomparsa della loro figlia più piccola, Stephanie. Decide quindi di trasferirsi, con gli ignari moglie e figli, nella casa dove avvenne il misfatto.

Scott Derrickson dirige coi tempi giusti un horror domestico di grande atmosfera, giocato sulla dimensione evocativa degli spazi e, soprattutto, sul terrore che scaturisce dalla visione delle immagini d’archivio, dei filmini in super8 su cui sono stati impressionati gli omicidi. Ethan Hawke regge sulle sue spalle un film che ha il sapore di una leggenda metropolitana raccontata attorno a un fuoco.

4. L’uomo invisibile (2020) di Leigh Whannell

Cecilia fugge dal compagno violento Adrian, uno scienziato miliardario che apparentemente si suicida lasciandole una grossa eredità. La donna inizia però a percepire una presenza oscura e minacciosa intorno a sé e sospetta che Adrian abbia solo simulato la propria morte. Senza essere creduta da nessuno, Cecilia dovrà lottare per sopravvivere e smascherare l’aguzzino.

Dopo essersi fatto le osse sceneggiando per James Wan i Saw e gli Insidious, Leigh Whannell si afferma anche alla regia con l’horror del me too definitivo, abile a intercettare le paure del momento e a tradurle in un linguaggio che sa partire dagli archetipi (l’horror Universal, il pericolo del fuori campo secondo la lezione delle produzioni low budget di Val Lewton) per proiettarli in un universo nuovo, fatto di alta tecnologia e telecamere di sorveglianza. Whannell lavorerà ancora con Blumhouse per il successivo Wolfman.

3. Oltre i confini del male – Insidious 2 (2013) di James Wan

I Lambert devono ora provare a salvare Josh, il padre di famiglia rimasto posseduto dallo spirito di un crudele serial killer, Parker Crane, guidato da sua madre. Il giovane Dalton e il medium Carl entrano nell’Altrove per liberare la vera anima di Josh.

Se in Insidious l’Altrove ci viene appena presentato, qui è l’assoluto protagonista del film. Lo si intuisce già dal primo zoom in, quando dall’oscurità quasi assoluta emerge la luce di una finestra, illustrandoci perfettamente la forma di questa dimensione sospesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Wan si diverte a trasformare il suo horror in una saga ai limiti del fantasy, anche grazie al gioco d’incastri in sceneggiatura del sopracitato Whannell, riconducendo tutto, come suo solito, a una storia di ritrovamento dei legami affettivi, tanto spaventosa quanto commovente.

2. Le streghe di Salem (2012) di Rob Zombie

Heidi, una giovane DJ radiofonica di Salem, riceve un misterioso vinile da parte di un gruppo chiamato The Lords of Salem. L’ascolto del disco la induce in una stato di profonda trance, scatenandole terribili allucinazioni e ricordi rimossi. Si scopre così che Heidi è la discendente di una congrega di streghe giustiziate secoli prima nella città. Le forze demoniache la stanno corrompendo per poter portare a termine un macabro e oscuro rituale di rinascita.

Il punto più alto della carriera da regista del rocker Rob Zombie, all’epoca già autore di due cult come La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Al montaggio frenetico dei suoi primi film, contappone qui un ritmo lento, una tensione che sale all’interno di un elegante impianto formale, pronto a deflagrare nelle visioni da incubo della protagonista, interpretata dalla moglie del regista, Sheri Moon. Da Venus in furs dei Velvet Underground al Requiem di Mozart, Zombie orchestra un horror demoniaco che non si dimentica.

1. Split (2016) di M. Night Shyamalan

Un uomo rapisce tre ragazze e le rinchiude in uno scantinato. Le giovani si accorgono presto che il loro sequestratore soffre di personalità multipla: 24 personaggi interiori comandano le sue azioni. Il rischio più grande, però, è che si svegli il più temibile: La bestia.

Thriller claustrofobico e horror psicologico, è il film che rilancia definitivamente la carriera di M. Night Shyamalan, rivelando un precetto fondamentale della sua poetica: non lasciarsi ingabbiare. Innanzitutto perché è un film d’evasione a tutto tondo: da una prigionia, da un labirinto sotterraneo, dai limiti del proprio stesso corpo. Secondariamente perché è un film che sfugge continuamente alle situazioni che mette in campo, aprendo altre strade di pari passo con la moltiplicazione delle identità interne al rapitore. Anche quando sembra destinarsi a una chiusura, si apre a tutto un altro universo, creando un varco spazio-temporale che sancisce definitivamente il rilancio di un regista che rischiava di perdersi.

Per questo c’è qualcosa di estremamente commovente in un sotto-finale che parla a doppio filo della sofferenza e della determinazione a rialzarsi, tanto dei personaggi quanto del proprio autore. E per lo stesso motivo c’è qualcosa di estremamente commovente in un’ultima inquadratura che è anche l’operazione di marketing più autenticamente cinematografica di sempre.

Bisogna ringraziare la Blumhouse per averci restituito i fasti di questo autore, che ha ritrovato fiducia col successo del precedente The Visit, sempre prodotto dalla casa di Jason Blum.

Alberto Bajardi
Alberto Bajardi
Nato su quel ramo del Lago di Como dove Hitchcock girò la sua opera prima, si iscrive a giurisprudenza ispirato da La parola ai giurati, ma si ritrova a disertare le lezioni come Antoine Doinel, attratto dai matinée delle sale milanesi. Laureatosi al DAMS per non sentirsi più in colpa, ama il cinema senza distinzione di generi e cerca in un film nient'altro che emozioni autentiche, siano esse nei più acuti ritratti umani di Cassavetes o nei più viscerali horror di Cronenberg.

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