Beowulf è un film del 2007 diretto da Robert Zemeckis. La particolarità del film sta nella tecnica visiva con cui è stato realizzato, ovvero il motion capture. In sostanza, gli attori, grazie ad una tuta piena di sensori, vengono trasformati in modelli tridimensionali, come quelli di un videogioco. Zemeckis non è profano del settore, in quanto già con Polar Express aveva impiegato questa tecnica. Se nel film per adulti e bambini al centro c’era la magia del Babbo Natale di Tom Hanks, in Beowulf abbiamo i temibili vichinghi.
Beowulf-trama
Nella landa norrena di Heorot, si aggira una minaccia mostruosa, venuta dalle montagne. Il troll Grendel non sopporta i canti vichinghi, dopo i postumi di sbornie con l’idromele. Una notte, decide di abbandonare le alpi innevate per scendere nel villaggio del re, Hrothgar. È un massacro di uomini. Il re vichingo si trova allora sprovvisto da ogni difesa. L’ultima speranza è un eroe. Al leggendario vichingo giunge il grido d’aiuto di Hrothgar. Salpando nel mare in tempesta, Beowulf giunge nel villaggio di Heorot, pronto a sfidare la creatura, ma presto farà i conti con mostri ancora peggiori.

Beowulf-la recensione
“Il mare è mia madre!”
È con questo grido figliale che Zemeckis(Here) ci presenta Beowulf, nel bel mezzo di una tempesta. Essa è solo una dei tanti ambienti da cui è contornata la scenografia del film. Ciascuno di questi ambienti ha la sua valenza e trasforma Beowulf in un viaggio, prima ancora che nello staticismo dell’azione. Dunque, viaggiamo, inizialmente, a bordo della nave vichinga per poi arenarci nel nevoso villaggio di Heorot. La neve non manca mai, curata da una fotografia che ci tiene a mostrare un certo realismo.
Grazie a ciò, lo spettatore si può immergere nei meandri di una civiltà passata, che il già menzionato motion capture fa riemergere. Unitamente alla scenografia ben curata, entrano in gioco anche gli effetti speciali, soprattutto nei riguardi del troll e di altre creature. È molto suggestiva la scena in cui i canti dei vichinghi fanno letteralmente scoppiare i timpani di Grendel, che geme e piange dentro una cavità. Il primo piano così ravvicinato del troll ci fa sentire parte della sua sofferenza acustica, favorendo la stessa immersività del contesto ambientale.

I veri mostri sono nella mente
Questa, però, non è solo una storia di troll sensibili alle doti canore dei vichinghi e alle loro madri accondiscendenti. Il significato vero non è nessuna particolare creatura con cui si batte il protagonista, uscendone glorioso. È la decostruzione del mito dell’eroe senza colpe, che avviene tramite il senso di avidità e prestigio rappresentato da una coppa d’oro. Tale oggetto di valore si conquista dopo un gesto considerato eroico, ad apparente beneficio di Heorot. La coppa si è propagata nei secoli, di re in re e tutti quei grandi sovrani ora sono solo scheletri in angoli bui.
Non c’è vittoria alcuna quindi nel premio ricevuto. C’è solo la consapevolezza che quella ricompensa sia in realtà un peso, un fardello da portare, la cui pesantezza Beowulf sopporta per anni. Il film fa infatti un salto temporale, partendo dal giovane ed ingenuo vichingo protagonista per poi arrivare ad una versione più saggia, ma vittima del destino.
Non ci sono veri eroi nel poema cinematografico di Zemeckis, né tantomeno mostri, eccezione fatta per quelli che i personaggi principali si portano dentro, nel corpo e nella mente.

Una mostruosità molto umana
“Le colpe dei padri!”
È così che Unferth, guerriero convertito ad eremita spirituale, annuncia una sentenza di colpevolezza, mentre brucia tra fiamme tutt’altro che innescate da mani umane. Quel fuoco, infatti, proviene dalla rabbia di una madre non umana e da un figlio non riconosciuto da suo padre. Si sente un certo sentore di tragedia, alla norrena però e non, come si possa pensare, alla greca. I mostri, come gli Dei, non vanno a cercare gli uomini. Sono questi ultimi ad intraprendere la ricerca per primi, facendosi chiaro, come il leggendario vichingo con la coppa della vergogna. Non a caso, infatti, Hrothgar, continua a ribadire come essa sia in realtà un’onta, capace di propagarsi nei secoli dei secoli.

Conclusioni
A mo’ di macchia d’olio, la colpa allora si espande, togliendo a Beowulf un’eredità, sia generazionale che filmica. In parecchi film sui vichinghi, il padre è quasi sempre motivo di vendetta per un figlio che l’ha visto morire. Ciò accade, ad esempio, nel recente The Northman. Il re padre viene eliminato dal fratellastro, innescando nel figlio la vendetta. Qui avviene l’esatto contrario: il protagonista è un re che a causa di una maledizione non può avere eredi. Questo fa del film una storia di eroi, tali solo nelle leggende, fin troppo romanzate, ma resta meritevole ascoltarle, visionando questo film rivoluzionario.
Cast
Ray Winstone interpreta il valoroso guerriero protagonista. Anthony Hopkins(Il silenzio degli innocenti) è Re Hrothgar, sovrano dei Danesi tormentato dagli attacchi di Grendel. John Malkovich interpreta Unferth, consigliere del re. Robin Wright è la regina Wealtheow, moglie di Hrothgar. Angelina Jolie interpreta la madre di Grendel, figura seducente e misteriosa che ha un ruolo cruciale nella storia. Crispin Glover dà vita a Grendel, il mostro che terrorizza il regno. Brendan Gleeson interpreta Wiglaf, fedele guerriero e Alison Lohman è Ursula, una giovane donna vicina al protagonista.

