Beate, anno 2018, film d’esordio di Samad Zarmandili, riesce ad unire dimensione sacra e dimensione profana in un conflitto sociale che esalta la creatività e la resistenza femminile alla faccia delle sperequazioni economiche contemporanee.
Tutto ciò in una commedia garbatissima, molto piacevole che ha la lungimiranza e il buon gusto di impegnare eccellenze recitative nel cast di interpreti, qui prevalentemente donne.

Zarmandili gira nel Polesine, zona delta del Po/Rovigo, un’opera prima che si incastra nel dialetto veneto, nella belligeranza lavorativa di quelle latitudini e nell’ironia pratica e dissacrante con cui usano bilanciare la vita.
Una fiaba di riscatto femminile come la definisce il regista stesso, che si districa leggera tra terreno ed ultraterreno, miracolo ed astuzia, facendo breccia nell’immaginario popolare, sia reale che onirico.
Beate – Trama
Veronica è il nome di una piccola fabbrica di successo che produce elegante lingerie per signora, in un’operosa e apparentemente tranquilla cittadina del Polesine. Le sorti di questa attività sono molto incerte. La proprietaria vuole chiudere bottega e delocalizzare all’est dove i costi sono azzerati.

Così parte la cassa integrazione del gruppo di operaie specializzate, le quali però non si danno per vinte, ma picchettano per un mese l’azienda tentando nel frattempo di escogitare qualcosa per salvare il loro lavoro e la loro arte.
A capo delle renitenti ricamatrici c’è Armida (Donatella Finocchiaro), siciliana trapiantata al nord, madre single, donna affascinante, battagliera fantasiosa, che ha cervello e, purtroppo, un ‘piede torto’ con cui convive dalla nascita, e che le regala una fastidiosa zoppìa. Contemporaneamente il bel convento della Beata Armida, che si trova non distante dalla fabbrica Veronica, e dove prega e bacchetta la zia di Armida, suor Restituta (Lucia Sardo), insieme ad un gruppo di sorelle esperte ricamatrici, non naviga in buone acque.

Se non recupera il denaro necessario per approntare determinate modifiche strutturali, la scaltra amministrazione locale ha già pronto un bel progetto con cui trasformare il luogo santo in un resort di lusso. Suor Caterina (Maria Roveran), la giovane madre superiora ad interim ed Armida decidono di unire forze ed abilità, dando vita ad una piccola produzione propria di capi intimi raffinati che uniscono modernità e tradizione.
Beate – Recensione
Favola gentile e fresca, Beate di Zarmandili, ha dalla sua uno spunto alla francese, irriverente e sociale al tempo stesso, che collega capitale e santità insieme per autosalvezza.
Come se i due universi non avessero niente a che fare l’uno con l’altro quando invece sono gli scioperi operai ad aver segnato molte stagioni politiche della nostra storia esattamente come sono gli affari “temporali” del Vaticano ad aver dato e a dare scandalo oggi.

In mezzo un occhio attento e documentato sulla sperequazione economica dei nostri tempi, in cui lo stato esige un altissimo costo del lavoro e gli imprenditori fuggono fuori confine per ammortizzare o a volte neutralizzare le spese.
Sperequazione imprenditoriale e precarietà del lavoro femminile
La precarietà del lavoro, specie se femminile (una delle operaie è incinta), l’unicità della manodopera che viene spesso bypassata, travalicata, resa fungibile da una fattura in serie, la dismissione facile del patrimonio culturale ed architettonico presente anche in piccoli centri in favore di una massificazione turistica che specula e incassa.

L’opera svolta dalle protagoniste di Beate si oppone fermamente a tutto ciò, cercando di risorgere dagli impedimenti con le proprie forze, ostinatamente, a testa alta e soprattutto pulita. Anche nel finale in cui si prospetta la possibilità di ricattare la ex-direttrice con filmati poco condivisibili, la scelta rimane la linea dura e pura. Esattamente come in un apologo.
Religione e capitale, superstizione e riscatto personale
La svolta decisiva in cui un aiuto dal cielo sembra arrivare a suggellare tante coincidenze e a risolvere in senso felice le questioni sospese, pare quasi non necessario per dare forza ad una condotta leale al proprio obiettivo, che sarebbe bastata a se stessa.
Ma anche qui, possiamo dire che il rapporto veneto-santità ha sempre avuto e continua ad avere una sua personalità spiccata e bonariamente impunibile, e di quella ci piace tenere qui traccia.

Beate naviga lieve su problematiche non lievi, abitando paesaggi del nord-est Italia ritratti in una pienezza di colori sbalorditiva. Cartoline che invitano a visitare quei luoghi, che mai diremmo, da abitanti dello stivale, essere proprio appartenenti al nord grigio delle fabbrichette e della nebbia.
Sulle inquadrature, melodie di accompagnamento coerenti, che accarezzano gli alti e bassi delle singole vicende.

Beate – Cast
Il plauso più consistente va agli attori, espressivi, solidi, divertiti e divertenti, un team affiatatissimo composto per la maggior parte da professionalità teatrali di gran pregio. A partire dalla Finocchiaro, magnetica come sempre, leader nell’anima e nel corpo, con uno spirito di autodeterminazione esemplare.
Pierobon, altro asso delle scene, da forma ad un Loris canaglia buona, innamorato della carne e del piacere, con un’idea tutta sua di lealtà, irresistibile faccia da schiaffi, con calata nordica di accompagnamento molto funzionale agli umori del suo carattere.
La Sardo dalle espressioni perfette, con tempi comici rodati ed efficaci, totalmente a suo agio con il velo da suora. Fresca e determinata anche la suor Caterina di Maria Roveran, giovane brillante di speranza e di praticità.

Nel cast spiccano anche un Andrea Pennacchi, sindaco senza scrupoli ed un Massimo de Rossi, vescovo sfinge, cordiale e menefreghista al tempo stesso. Quando si posseggono attori di un certo livello anche le idee che stentano a svilupparsi con una personalità originale o particolarmente significativa, prendono comunque il largo nell’immaginazione dello spettatore e sono ben accolte.
Popolare e di gradevole intrattenimento, Beate fa di una buona idea, un riuscito spunto, mettendoci anche troppa “giocoleria”, senza però perdere la compostezza che salva il lavoro e lo lascia digerire con un sorriso, dopotutto, abbastanza soddisfatto.
