Nel 1992 Tim Burton torna a Gotham con Batman – Il ritorno, sequel di quel film che tre anni prima aveva ridefinito l’immaginario del cinecomic moderno. Ma se il primo capitolo cercava ancora un equilibrio tra spettacolo e narrazione, qui il regista californiano sembra voler rompere definitivamente ogni compromesso. Batman – Il ritorno non è soltanto un seguito: è un’opera che accentua, deforma e radicalizza l’estetica burtoniana fino a trasformare Gotham in un teatro espressionista popolato da creature ferite, grottesche e tragiche.
Più che un film su Batman, è un film su ciò che circonda Batman. Sulle maschere prima ancora che sugli uomini, sull’emarginazione prima che sull’eroismo, sul desiderio di riconoscimento che si trasforma in mostruosità. Burton prende un blockbuster natalizio e lo trasfigura in una fiaba nera, dove il bene e il male non sono categorie morali ma posture sceniche, identità costruite e deformate dallo sguardo della città. È un film che sembra disinteressarsi alla centralità del suo protagonista per inseguire altro: atmosfera, simbologia, ossessioni personali. E proprio in questa tensione tra visione autoriale e racconto popolare si gioca tutta l’ambiguità di Batman – Il ritorno: opera affascinante, visivamente potentissima, ma forse meno solida di quanto il suo immaginario lasci intendere.

Batman – Il ritorno: trama
È natale, la festa in cui tutti sono si vogliono bene e sono più buoni. Ma non a Gotham City. Non per Tim Burton che ci fa sprofondare nelle fogne di Gotham accompagnati dalla cesta di un bambino abbandonato dai genitori. Con una sequenza degna del miglior cinema muto degli anni ’20 viene presentato tutto quello che serve sapere sul protagonista del film: il Pinguino.
Batman – Il ritorno mette da parte Batman e Bruce Wayne (Michael Keaton) per concentrarsi su Oswald Cobblepot, il Pinguino (Danny DeVito). Un reietto deforme che cerca di essere accettato e normalizzato nella società di Gotham. Ad aiutarlo in questa missione c’è Max Shreck (Christopher Walken), ricco magnate, che cercherà di sfruttare l’immagine del pinguino per impadronirsi della città. In questo disegno si inseriscono Catwoman (Michelle Pfeiffer) e Batman in cerca di giustizia e vendetta.

Batman – Il ritorno: recensione
Sequel del primo Batman, questo era un progetto a cui Burton non voleva partecipare. Solo dopo che la Warner gli diede carta bianca Burton accettò il lavoro, dandogli un’impronta ancora più personale del predecessore. Come detto il titolo non rispecchia il vero protagonista della pellicola, infatti Batman si presenta in scena dopo circa mezz’ora. Mezz’ora in cui Burton si concentra su chi davvero gli interessa.
Burton rielabora le origini e i traumi di Bruce Wayne nel personaggio interpretato da Danny DeVito, una controparte che ha metabolizzato in modo differente l’abbandono e la propria diversità. Un uomo che, come gli viene fatto notare dal diabolico Max Shreck, avrebbe potuto condividere la propria esistenza con il ricco Bruce Wayne. È proprio Max Shreck ad essere il vero antagonista della storia. Colui che usa le apparenze per arricchirsi e ottenere potere, approfittando delle debolezze del pinguino ed eliminando chiunque possa essere sulla sua strada.

Batman ai margini della sua storia
E qui si arriva all’altro personaggio caro al regista: Selina Kyle, che all’inizio è al punto più basso della società. Assistente del cattivo della storia, viene spinta giù da una finestra per aver scoperto i suoi piani malvagi, per poi rinascere come Catwoman. Da donna remissiva e non considerata diventa una gatta dominante e in cerca di vendetta. Aggiunge una carica erotica estranea a qualunque cinecomic – anche futuro – per attirare e colpire gli avversari uomini.
Burton non ha la presunzione di raccontarci i personaggi dietro la maschera. Ci racconta la maschera, proponendoci un mondo di falsità e profittatori. Sempre nel suo mondo gotico, su un palcoscenico noir e corrotto, che alimenta uno scenario distorto e inquietante.
A differenza del primo Batman, qui vengono gestiti più personaggi, ciascuno con una personalità delineata e un background ben definito, con contraddizioni al punto giusto. C’è molto più interesse nei loro confronti. Quello che manca, invece, è l’interesse verso il protagonista. Batman e Bruce Wayne sono relegati in secondo piano, quasi un macguffin per raccontare altre storie. Forse è la maledizione dell’uomo pipistrello, un trattamento che riceverà anche da Christopher Nolan nel secondo capitolo della sua trilogia.

La visione che ha consumato il film
Ripensandoci, quello che rimane alla fine di questo duo cinematografico è un grande immaginario, un impianto estetico che ha affascinato il pubblico degli anni ’90. Un’estetica che oggi ricorda un tipo di cinema passato e irrimediabilmente perduto. Oggi soppiantato dall’ iperrealismo Nolaniano. La realtà però è che a distanza di pochissimo dalla visione io ricordo esclusivamente l’atmosfera, le scenografie e i costumi. Quasi nient’altro. L’intreccio e l’evoluzione della trama è un vaghissimo ricordo che si perde nella notte nebbiosa di Gotham City.
La sensazione che rimane è che Tim Burton non fosse interessato al film in sé, ma a quanto sarebbe riuscito a spingersi in là con la sua visione artistica senza preoccuparsi della storia che aveva tra le mani. Questo forse ha fatto la sua fortuna negli anni ’90, ma a ben guardare è stata la caratteristica che alla fine lo ha reso obsoleto negli anni a venire.

