La prossima è la settimana di Spiderman: Brand New Day, attesissimo quarto capitolo della saga dedicata all’Uomo Ragno dell’MCU, interpretato dall’ormai impegnatissimo Tom Holland (già al lavoro al prossimo progetto). Questo film è una svolta importante per l’universo cinematografico Marvel, che dopo numerosi flop e un periodo di stanca, punta al 2026 come l’anno di rinascita, sia con questo film che con Avengers: Doomsday (qui il primo trailer).
Le proiezioni vedono Spiderman: Brand New Day come uno dei maggiori incassi dell’anno assieme al già citato nuovo Avengers e all’Odissea di Nolan. Una pellicola che si preannuncia più cupa rispetto a quelle precedenti, con un protagonista che dovrà vedersela da solo contro la criminalità newyorkese in un mondo che non conosce più la sua identità. È un film che guarda al passato (la ragnatele organiche ricordano sicuramente lo Spiderman di Raimi), e che ha tutte le carte in regola per essere superiore ai precedenti.
Ed è proprio sui sequel migliori che vogliamo concentrarci in questo articolo. La storia dei cinecomics ci ha regalato numerose pellicole di esordio di assoluto valore, ma molto spesso acerbe, con produzioni che avevano paura di osare. Solo dopo il loro successo hanno restituito agli autori la libertà creativa tale da poter sperimentare, regalando sequel molto spesso superiori agli originali. Vediamone cinque.

Spiderman 2 (2004) – Sam Raimi
Il primo Spiderman di Raimi (qui la recensione) fu un successo clamoroso. In un epoca dove il miliardo era un miraggio per quasi tutti i film, incassò oltre ottocento milioni di dollari. Il volto di Tobey Maguire nei panni di Peter Parker divenne subito riconoscibile, così come quello dei comprimari: Kristen Dunst come Mary Jane, Willem Dafoe come Norman Osborn/Goblin, James Franco come Harry Osborn, J. K. Simmons come J. J. Jameson (che ritornerà nell’MCU a ricoprire lo stesso ruolo, ma in un altro universo) e l’iconica zia May di Rosemary Harris. Questo cast di spicco ritornò nel secondo capitolo, che ampliò a dismisura le invenzioni filmiche del suo autore.
Il Peter Parker di Raimi era un Peter che viveva i suoi poteri come parti chiave della sua maturazione. Il primo film – grazie anche all’idea geniale delle ragnatele organiche – era una metafora non troppo velata dell’adolescenza e delle sue pulsioni. Spiderman 2 invece affronta il conflitto interiore. La paura di quelle responsabilità, la perdita dei “poteri”. In questo delicato racconto subentra la messa in scena di Raimi, che riprende le tinte horror della prima pellicola e le amplifica. La scena del risveglio del Dottor Octavius di Alfred Molina, con l’immagine divisa come il fumetto (artificio utilizzato anche da Ang Lee nel suo meraviglioso Hulk) e la tragica fine dei dottori è ancora oggi uno degli apici della saga.

Il Cavaliere Oscuro (2008) – Christopher Nolan
Il secondo capitolo della trilogia su Batman diretta da Christopher Nolan è un punto di non ritorno per la storia dei cinecomics. Il Cavaliere Oscuro (qui la recensione) si inserisce nella prima parte della carriera del cineasta britannico, dove era impegnato ancora a decostruire il suo genere di riferimento, il noir. Se Batman Begins era una perfetta origin story, che restituiva realismo all’epopea di Bruce Wayne (interpretato da Christian Bale), Il Cavaliere Oscuro è una nuova pagina. Ritornano le atmosfere dark, ma soprattutto si amplificano le ossessioni nolaniane. Il tema del doppio, della differenza tra la giustizia e la legalità, dell’inganno. Il Joker di Heath Ledger (Oscar postumo per questo ruolo) rimane tutt’oggi uno degli antagonisti più iconici della contemporaneità: il doppio di Batman.
Il Cavaliere Oscuro, però, è anche il capostipite di un modo di fare cinefumetti che è diventato ordinario, soprattutto in casa DC. L’aria cupa, l’eccessivo realismo e il cinismo – solo apparente – della pellicola di Nolan; ha influenzato pesantemente numerosi emuli, che però si sono limitati ad imitare pallidamente le sue atmosfere (si pensi allo stile di Snyder). Il Cavaliere Oscuro va ben al di là di ciò che appare sulla superficie: è film film debitore del noir classico, del thriller alla Mann; ma è soprattutto un tassello fondamentale della filmografia di un autore, Christopher Nolan, che ha tessuto un mosaico meraviglioso di 13 film.

Hellboy: The Golden Army (2008) – Guillermo del Toro
Il 2008 è stato anche l’anno di un altro cinefumetto importante per la storia del “genere”: il secondo capitolo della trilogia incompleta di Guillermo del Toro sul personaggio della Dark Horse, Hellboy. Hellboy: The Golden Army è un film superiore al precedente, e rientra perfettamente all’interno del mosaico del suo autore (come Il Cavaliere Oscuro per Nolan). A livello di incassi, però, soffrì il confronto con l’uomo pipistrello; complici sia la popolarità del personaggio (non all’altezza di quella di Batman), sia l’estetica forse troppo “estrema”, che cozzava con i gusti del grande pubblico, più orientati al realismo nolaniano.
Ma Hellboy: The Golden Army è un gioiello da riscoprire, sia come film “a sé”, sia come parte di una filmografia che ha riflettuto sin dagli esordi (si pensi al primo film di del Toro, Cronos, che ruota attorno ad un artefatto che restituisce la vita eterna) sui temi universali del tempo e della morte; e di come sfuggire ad entrambi. All’interno del contesto fumettistico del Toro ripropone le sue ossessioni, aiutato da un protagonista, Hellboy, che se non fosse già esistito probabilmente l’avrebbe creato lui stesso. Un demone che decide di darsi al bene ma che potrebbe, da un momento all’altro, distruggere la Terra.

Batman – Il ritorno (1992) – Tim Burton
Era il 1992. Batman del 1989, con l’iconico Jack Nicholson nei panni di Joker, fu un successo clamoroso. Anche in questo caso abbiamo un autore, Burton, ossessionato dai temi della morte, dei freaks e dalle atmosfere gotiche; che interiorizza un personaggio e lo ripropone come suo. Il grande lavoro, però, è fatto soprattutto sugli antagonisti; e Batman – Il ritorno (qui la recensione) non è altro che l’esasperazione delle intuizioni del primo capitolo. In un periodo dove i cinecomics non erano così centrali nel dibattito cinefilo – sia nel bene che nel male – il Batman di Burton fu un unicum. La sua estetica risultò credibile proprio perché era estrema. La creatura di Burton era l’opposto di quella che poi creerà Nolan.
Batman – Il ritorno non aveva alcuna paura di mostrare la sua natura di cinefumetto ma anzi, la esibiva in tutta la sua sfarzosità; proprio perché rientrava perfettamente nei canoni burtoniani. Se il primo film era l’apoteosi del Joker, il secondo capitolo triplicò i villain. Il Pinguino di Danny DeVito, la Catwoman di Michelle Pfeiffer e il Max Shreck di Christopher Walken reggono tutto il film. I primi due villain assunsero uno status iconico, e ancora oggi sono pietre di paragone per trasposizioni successive. Max Shreck invece fu un’idea originale non tratta dai fumetti, che prende il nome dall’attore simbolo del cinema gotico: l’interprete del Nosferatu di Murnau.

X-Men 2 (2003) – Bryan Singer
Prima dell’MCU c’era la saga degli X-Men, che col tempo assunse proprio i tratti del multiverso, che adesso associamo all’universo esteso Marvel. X-Men 2 (qui la recensione) è il secondo capitolo della saga principale, prima degli spin-off su Wolverine e dei prequel. È un film che riprende le tematiche sociali del capostipite e le ripropone in maniera più ampia e stratificata. X-Men è sempre stata una storia di razzismo (o specismo), e ha sempre messo al centro i dilemmi etici di fronte all’esistenza di specie “mutanti”.
X-Men 2 racconta di un’alleanza improbabile tra mutanti pacifici e mutanti violenti contro un nemico comune, che vuole eliminarli tutti indistintamente. Il pregio della pellicola, oltre alle tematiche e alla loro profondità, risiede anche nella rara capacità di saper gestire un cast corale, fatto di numerosi eroi ed antagonisti (è questa la natura stessa di X-Men: una grande famiglia enormemente variegata e isolata dal mondo), senza appesantire il racconto. La coralità diventa il nucleo stesso su cui si regge il film. Un pregio di grande valore, considerato che numerose volte, sempre nei cinecomics, si critica il ventaglio di personaggi troppo elevato proprio per il mancato approfondimento.

