I film spagnoli, pian piano, stanno occupando uno spazio importante su Netflix. Il catalogo comprende “Il buco” e “Vivere due volte”, tanto per citarne alcuni. Da poco ne è arrivato un altro, ed è Adù. Un film avvincente e riflessivo diretto da Salvador Calvo che racconta il dramma dell’immigrazione attraverso tre differenti storie con temi, persone e luoghi che si incontrano in momenti diversi.

Adù

Il cinema è una delle principali industrie di intrattenimento. Forse però con questo film ci sorge spontanea la domanda: che cos’è l’intrattenimento? Possiamo intendere come intrattenimento qualsiasi attività che ci consente di usare il nostro tempo libro, per divertirci o distrarci, eliminando così la noia. Sarebbe un’evasione temporanea che ci consente di rimuovere le nostre preoccupazioni. L’industria cinematografica, o dello spettacolo in generale, è sicuramente una delle più potenti. Adù di Salvador Calvo non è un documentario né tantomeno un film di intrattenimento (inteso come “fatto per divertirsi o distrarsi”). Le tre storie che il film raccoglie ci offrono un quadro cupo del continente africano. La potente storia del piccolo Adù (Moustapha Oumarou), un bambino camerunese di sei anni che cerca di arrivare in Spagna, è quella che funge da unione con le altre due. Prima con l’aiuto della sorella Alika, e poi con l’aiuto di Massar, un giovane che è anche alla ricerca di un futuro. Una storia di sopravvivenza e superamento che travolge la nostra anima e ci pone un’altra domanda: com’è possibile sopportare e superare così tanto dolore e miseria? Vedendo sullo schermo quella corda che tiene il piccolo Adù legato all’unica speranza della sua possibile salvezza spezzarsi, raggela il sangue, travolge come la sequenza dell’aereo. Abbiamo sentito più volte di persone che viaggiano nello spazio del carrello di atterraggio, ma vederlo rappresentato sullo schermo è una cosa terribile, un misto tra surrealismo, stupore, tristezza e rabbia.

Adù

La seconda trama si svolge a Melilla, città autonoma spagnola sulla costa orientale del Marocco, e riguarda le guardie di frontiera che devono fermare i migranti che cercano di attraversare il muro di confine, pieno di filo spinato. Questa storia mette in discussione le azioni delle forze dell’ordine nazionali, in questo caso della Guardia Civile. Il protagonista è Mateo (Alvaro Cervantes), membro della Guardia Civile che è implicato nella morte accidentale di un rifugiato che stava cercando di prendere d’assalto il recinto di confine. Messo sotto inchiesta, lotta con la colpa che prova per l’incidente e la lealtà verso i suoi colleghi ufficiali. La terza trama, invece, ci porta al centro dell’Africa con Gonzalo (Luis Tosar), un attivista ambientale che potrebbe godersi la sua buona situazione economica in Spagna, ma decide di “complicare” la sua vita gestendo una ONG in Africa che si dedica alla protezione e alla sorveglianza degli elefanti, per combattere il traffico di zanne. Nonostante sia a capo di quella corporazione non ha molta empatia con i suoi lavoratori, né tantomeno si identifica con la sua figlia ribelle, insolente e confusa (Anna Castillo) che lo ha raggiunto da poco nel continente africano. Nello sviluppo del film, questa storia, che sembra quasi fuori luogo, è in realtà essenziale, perché rappresenta proprio il contrappunto, il viaggio inverso.

Adù

Nonostante sia composto da tre storie, il cuore del film risiede in quella che vede protagonista proprio il piccolo Adù, che diventa un bambino terribilmente indifeso in balia dell’universo crudele degli adulti. La sua storia si muove e cattura maggiormente l’attenzione e l’interesse dello spettatore sin dal primo momento. Ma le altre trame, anche se hanno poco a che fare l’una con l’altra, poiché hanno un interesse molto diverso, sono intrecciate abbastanza bene. Il montaggio è interessante, i racconti non si mescolano, ma si uniscono in alcuni momenti specifici. E forse in questo, il film cerca di somigliare a “Babel” di Alejandro Gonzales Inarritu o a “Crash – Contatto fisico” di Paul Haggis, riunendo storie, rivelando difficoltà di circostanze molto diverse e ribadendo il concetto che tutti, in qualche modo, siamo collegati. Comunque sia, Adù è complessivamente un lavoro interessante, solido e sincero, con un’eccellente fotografia e con un bambino attore che interpreta il piccolo protagonista, di origini beninesi, che è un prodigio.

Adù

Sebbene non sia molto conosciuto in Italia, il regista Salvador Calvo non è un nuovo arrivato. Più di quindici anni di esperienza in innumerevoli progetti televisivi di ogni tipo e dimensione hanno garantito il suo salto nel lungometraggio con l’ambizioso “1898. Los ultimos de Filipinas”. Ora con Adù, Calvo dimostra il suo buon occhio per le storie che danno un colpo diretto al cuore dello spettatore affrontando problemi e tematiche sociali. Ciò che vediamo costantemente nel film è un contrasto di situazioni e classi diverse. Quelli che hanno e quelli che cercano di avere, quelli che fanno e quelli che non alzano un dito, quelli che aiutano e quelli che fanno del male. Il regista intende poi dare un volto, una voce e un nome alle storie vere di milioni di persone che fuggono dalla miseria e dalla violenza nei loro paesi di origine e cercano un futuro migliore nei cosiddetti “paesi sviluppati”. Non sarà il film più bello mai realizzato sul tema, ma è sicuramente un film necessario, un invito a riflettere sulle barriere che ci separano, i confini, l’indifferenza, l’umanità in generale. Non ha l’obiettivo di educare, ma piuttosto di mostrare le varie esperienze vissute nel continente, sottolineando in maniera particolare la posizione vulnerabile di cui soffrono bambini e adolescenti.

Voto Autore: 3.5 out of 5 stars

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