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Addio a Giuliano Montaldo, partigiano del cinema

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Non tutti lo sanno, ma Giuliano Montaldo, morto ieri all’età di 93 anni, iniziò la propria carriera nel cinema come attore. Lavorò con un regista importante come Carlo Lizzani a partire dal 1951, comparendo in 3 suoi film: Achtung! Banditi!, Ai margini della metropoli e Cronache di poveri amanti.

In mezzo, anche l’interpretazione in La cieca di Sorrento di Giacomo Gentilomo, nel 1953. Prima dell’esordio ufficiale come regista, nel 1962, fu assistente alla regia di alcuni dei più importanti registi del nostro Paese: Luchino Visconti, Francesco Rosi e Vittorio De Sica.

Il suo debutto dietro la macchina da presa fu con Il federale, un film sulla Resistenza italiana che subito mostrò come Montaldo prediligesse film impegnati e tematiche storiche. In più, della storia raccontata nel suo primo film come regista, aveva fatto esperienza diretta. Nella sua ultima intervista, rilasciata al Corriere della Sera, aveva raccontato: “Mi ero messo in testa di salvare il Paese, stavo con i Gap, i gruppi di azione patriottica“.

La storia è stata un fil rouge fondamentale della sua produzione cinematografica: lo dimostra quello che viene considerato da molti il suo capolavoro, Sacco e Vanzetti (1971), ma anche Giordano Bruno (1973), biopic nel quale il ruolo del filosofo eretico è interpretato da quello che è stato il suo attore feticcio: Gian Maria Volontè. Su di lui, Montaldo dirà: “Posso dirvi che, vedendo Gian Maria Volonté, capirete cosa vuol dire il mestiere dell’attore“.

Gian Maria Volontè in Giordano Bruno, film di Giuliano Montaldo

La storia della Resistenza italiana ritorna anche nella trasposizione cinematografica del libro di Renata Viganò, L’Agnese va morire (1976), in cui il regista lavorerà con una celebre musa di Ingmar Bergman, Ingrid Thulin, e con un Michele Placido trentenne.
Raccontare la storia, anche in racconti di finzione, diventa il modo per parlare di tematiche di impegno civile e sociale, così come della criminalità: è ciò che avviene con Gli intoccabili (1968), uscito ben prima dell’omonima pellicola di Brian De Palma, datata 1987. In questo film racconterà una storia di mafia che ha come protagonista l’attore regista John Cassavetes, contornato di un cast eccezionale, in cui figurano Britt Ekland, Peter Falk e Gabriele Ferzetti.

Non solo film e impegno civile: nella sua vita privata, Montaldo conobbe anche il grande amore. Incontrò la donna della sua vita, l’attrice Vera Pescarolo, quando aveva 31 anni. Era un momento difficile: il suo film di esordio alla regia, Tiro al piccione (1961) era stato massacrato dalla critica. Lui raccontò: “Nelle sale la pellicola andò benissimo ma la critica mi fece a pezzi. Avevo solo 31 anni, ero deciso a lasciare il cinema per tornare a Genova a fare il camallo. Poi però mi chiamò il produttore Leo Pescarolo. Voleva farmi fare un film. Entrai nella sua stanza e vidi lei. La vidi per la prima volta e decisi di restare a Roma“.

Da quel momento in poi iniziò una storia d’amore durata fino a oggi e la carriera del regista decollò. Lavorò come aiuto regista per Gillo Pontecorvo in La battaglia di Algeri e girò Ad ogni costo. A cercarlo come aiuto regista ci fu anche Federico Fellini: “Una volta Fellini mi disse: “Carissimo, vieni che ti faccio fare l’aiuto regista”. Mi presentai ma di aiuto regista ce n’erano venti. Stessa cosa un mese dopo. Alla fine lo incontrai in via Veneto e gli dissi: “Federico, ho appena firmato un contratto che mi vieta di lavorare con te”. Che adorabile mentitore che era Fellini“.

Per Montaldo, forse, il cinema è stato il modo per tenere traccia delle cose. Come ha dichiarato nella sua ultima intervista, ecco qual era la sua più grande paura: “Di dimenticare le cose che ho vissuto. Oggi rivivo i ricordi proprio come se ogni giorno girassi un film solo per me“.

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